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Buenos Aires, Plaza San Martìn, Edificio Kavanah 

(foto di Francesco Frigione 2010)

 

 

Siamo una rivista curata da professionisti delle scienze umane e della comunicazione ed un portale interattivo aperto a tutti i navigatori. Desideriamo informare e far dialogare creativamente le persone su temi dell'individuo e dei gruppi, così come ci vengono filtrati dai media, attraverso molte forme di espressione (scrittura, grafica, audio e video, fotografia).


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Buenos Aires, colectivos en Plaza San Martìn - foto di F. Frigione 2010

 

PER GLI AMANTI DEL BRIVIDO

 

       La lettura di questo articolo è severamente sconsigliata ai cardiopatici e ai minori di diciotto anni.

 

       Buenos Aires, Capital Federal, giovedì 4 marzo 2010 – temperatura 34 gradi centigradi, percentuale di umidità 85%.

 

Esistono persone che cercano per tutta la vita di tenersi al riparo dai guai e che finiscono per ammalarsi di depressione o di ipocondria: per loro l’esperienza che esporrò può rappresentare una sorta di terapia d’urto, draconiana e fulminante, analoga a quella tradizionale del Susto praticata in Perù.

       Esistono altri soggetti, invece, che ambiscono al rischio, al pericolo, che vogliono spingersi, costi quel che costi, oltre ogni limite; sono disposti a gettarsi col parapendio da rupi scoscese, a fare jumping stringendosi una logora corda alle caviglie e scavalcando ponti di vertiginosa altezza, a tuffarsi dalle scogliere di Acapulco, a cavalcare in surf le onde del pacifico, a sniffare cocaina prima di guidare contromano in autostrada o, più indirettamente, a svenarsi in investimenti azzardati, a spendere ogni soldo alle carte, ai cavalli e persino alla tombola.

       Per questa duplice e opposta compagine di figure, i pavidi e gli incoscienti, propongo una soluzione che sa di definitivo e possiede il pregio di unire l’utile al dilettevole.

 

       Come rischiare la propria vita ogni giorno, andando a scuola o al lavoro, raggiungendo un amico o tornando a casa per l’ora di cena, recandosi al cinema oppure al teatro, allo stadio o in un locale dove suonano musica, pur restando gran parte del tempo comodamente seduti in poltrona?

Come abituarsi stoicamente all’ineluttabile certezza della morte, divincolandosi da sciocchi terrori grazie a un’azione banale e quotidiana?

Come scrollarsi di dosso l’angoscia delle infermità fisiche della vecchiaia e i traumi della gioventù, il fantasma della perdita del lavoro in età matura, le traversie coniugali e familiari in ogni epoca?

Io la risposta ce l’ho, amici miei: diventate cittadini di Buenos Aires e sperimentatene il mitico servizio di colectivos !

       Cosa sono i colectivos ? Per i pochi che lo ignorassero si tratta di mezzi meccanici pubblici di ogni risma, età e dimensione, guidati da psicopatici con la licenza di uccidere.

        Se pensate di omologarli ai banali autobus delle nostre fruste e inefficienti tranvie urbane errate su tutta la linea. I collettivi sono micidiali ordigni spinti, come la locomotiva di Guccini e le carrozze del Tunnel di Dürrenmatt, a tutto vapore verso l’infinito.

Anche i più sferraglianti e asmatici di questi congegni raggiungono un’efficienza da noi sconosciuta; infatti gli autisti, ideali eredi metropolitani degli equidotati gauchos della pampa, in certuni casi guadagnano in base al numero di corse che riescono a compiere: più coprono rapidamente il percorso di propria competenza e più gruzzolo racimolano per sé. E' inutile dire che i loro stipendi restino bassi e le distanze di questa meravigliosa capitale, brulicante di vita e di attrazioni (conta con l’hinterland 13 milioni di abitanti), siano, invece, ragguardevoli.

Le grandi arterie cittadine, comunque, appaiono dotate di almeno quattro corsie per senso di marcia e rappresentano il corrispettivo, in bitume, delle ripide piste di sci ricercate dagli amanti del fuoripista: i pullman, sia che arranchino come carrette dell’anteguerra sia che sfreccino come droni aerei telecomandati, puntano sempre i coraggiosi pedoni che osano attraversare sulle strisce; è come se il raggiungere quel bersaglio sempre più prossimo li conducesse anche al meritato descanso, il riposo del guerriero, nella cuccia-capolinea della ditta di trasporti.

Anche se è indubbio che la vita dell’intrepido attraversante corra sul filo del rasoio non bisogna per questo ritenere che il passeggero venga sottoposto a un trattamento meno completo e qualificato. Anzi, tutt’altro.

Prendete nota. Quale che sia la sua anagrafe, il viaggiatore deve compiere le seguenti operazioni: alla fermata, appena avvista il lungiveniente colectivo deve protendersi di fianco, scendere dal marciapiede sull’asfalto e con vigorosi cenni segnalare la propria presenza. Rammentate un dettaglio: il guidatore di colectivo non cammina mai sulla corsia di destra ma sulla quarta di sinistra; quando ha avvistato il gonzo (o la gonza) avocante, in un batter di ciglia, all’ultimo metro, compie una manovra pirata accompagnata da un esaltante stridio di freni. Tagliata la strada a tutte le automobili e ai suoi simili e concorrenti, spalanca le porte in piena corsa.

Il bipede alla fermata, allora, deve mostrare riflessi da tigre e, qualunque sia il tempo atmosferico o il bagaglio che carica in collo, ha da balzare repentinamente sul predellino anteriore dell’autobus.

Qui lo attende l’autista che, si badi bene, rallenta l'andatura ma non ferma mai l’automezzo, come se ne temesse lo spegnersi vergognoso del motore.

Il passeggero, a quel punto, se  indenne, deve comunicare l’importo della corsa al conducente (e non viceversa, come la nostra logica pedestre ci suggerirebbe); di rimando questi, preso notarilmente atto della comunicazione testé resa in sua presenza, imprime una folle pressione sul pedale dell’acceleratore, espellendo dallo scappamento apocalittiche nubi di smog che intossicano, peggio del gas nervino, coloro che dio ha scelto di chiamare a sé, ponendoli dolorosamente alle spalle del mezzo. 

Verificato che il passeggero ha effettivamnte superato l'introduttivo test di coordinamento motorio, l'autista gli impone una ulteriore serie di prove di equilibrio, di cui tratteremo tra breve. Contemporaneamente, l’allertato guidatore spinge un pulsante che consente al transitante di introdurre le monete nella macchina dei biglietti, posta nel corridoio.

Ora, la ratio di questa indissolubile compenetrazione tra elemento umano e meccanico, tale da non consentire al viaggiatore di farsi semplicemente per suo conto il biglietto, è uno di quegli affascinanti misteri che rendono la vita unica e degna di essere assaporata in tutte le sue sfumature.

Per mia distorsione psicologica, aggravato dalla tendenza a cercare una cagione ad ogni avvenimento umano, io avanzerei l’ipotesi che questa procedura serva a mantenere una delicata quota di fascismo nella caotica democrazia argentina: il colectivero viene a rappresentarvi la figura di somma autorità itinerante, nei confronti della quale il passeggero resta in obbligo, vita natural durante, per il disordine generato con la propria stessa nascita. Al conducente (latinamente, dux) va pertanto consegnato il controllo costante della sua fastidiosa individualità.

Essendo questa una mia speculazione – priva di riscontro scientifico – non attribuite ad essa, vi prego, più peso che a una banale ubbia.

Torniamo invece ai compiti del colectivizado: egli si  gode adesso, a tutto tondo, il piacere tecnologico del teletrasporto, seguendo le scie filamentose dei quark e i nuclei di antimateria che formano un flusso pastoso analogo a quello prodotto dal primo collasso universale, il celebrato Big Bang.

Vengano or dunque, vengano a Buenos Aires i signori scienziati del CERN e constatino con i loro occhi, semplicemente schiacciando il naso sul finestrino, cosa è l’autentica fisica dei quanti, piuttosto che costruire, come bambini spendaccioni, i loro costosissimi e ciclopici tuboni a Ginevra!

Il colectivo, nella sua economicità, invece non mente mai, non tradisce le aspettative di nessuno; brivido chiedi e brivido ottieni: vuoi le gimcane a centoventi all’ora in pieno traffico? Eccotele servite, e senza neppure che tu ti sforzi a richiederle ! Vuoi eccitarti con una frenata all’ultimo istante, quando hai raggiunto la ferrea convinzione che stai per spalmarti sul parafanghi del pullman con cui il tuo conducente gareggia ? Et voici!

 Quando infine sei chiamato all’estrema prova di destrezza i peli sulla schiena ti si drizzano come scaglie di triceratopus, e in quel modo ti si fissano per sempre, con subitanea mutazione genetica: a porte aperte, in curva, a cento all’ora, il tuo compito consiste, in questo supremo istante, nello sfidare la forza centrifuga, restando attaccato al palo di sostegno del pullman, avvinto ad esso come una seppia terrorizzata o sgusciante e dinamico come una ballerina di lap dance.

Oppure, qualora non fossi ancora acostumbrado a tante emozioni, impari presto, come ho fatto io, a mantenerti orizzontale al parterre, bandiera umana spiegata con le gambe tese e i piedi dritti fuori dell’autobus.

A guisa dei saggi e obbedienti padri gesuiti in quel attimo cogli lo spirito profondo del motto che gli impone di essere “perinde ac cadaver”, in tutto simile a un cadavere. Quindi, balzato giù dalla fuggente piattaforma, se le ossa ti reggono, respiri la rigenerazione, la palingenesi: avverti di essere tornato giovane e vitale come Robin, il “ragazzo meraviglia” dei fumetti della Marvel e saltelli felice e senza pensieri sino al tuo prossimo giro in colectivo. 


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