IL CASO SCIERI

 EMANUELE SCIERI     

VITTIMA DELLA FOLGORE

 di Isabella Guarino e Corrado Scieri

Regia di Paolo Orlandelli

dal 4 al 16 marzo 2014 al Teatro di Documenti, Via Nicola Zabaglia 42, Roma 

 

di Federica Bassetti

Uno spettacolo che, attraverso la voce del teatro, risveglia le coscienze su un caso di mancata giustizia, un crimine rimasto sepolto sotto l’anonimato. 

 

 

 

Una rappresentazione corale, una coreografia in continuo movimento tra cambi di ruolo e suggestive ricostruzioni delle fasi della tragedia “reale” e che intraprende con successo la via della memoria proprio sulla scena, nel luogo dove l’immaginazione si sposa al sentimento e dove la realtà, però, chiede permesso senza ricevere il giusto assenso, precipitante nell'abisso, nel vuoto che si apre immenso sotto un sistema di valori non valori, di leggi non leggi.

E riesce difficile non uscire commossi e rattristati, pieni di rabbia e di risentimento dal magnifico Teatro dei documenti a Roma, scavato nelle grotte del ‘600, pensato in armonia con le leggi dell’acustica e con le antiche regole architettoniche del dramma greco, biancheggiante sullo sfondo della tragedia di Emanuele Scieri, mistero cantato da un coro di giovani attori-investigatori, accompagnati dal più maturo attore Giuseppe Alagna e diretti dal regista Paolo Orlandelli su testo scritto dai genitori del ragazzo morto, Isabella Guarino e Corrado Scieri. E che è un testo coraggioso e lucido perché manca di sentimentalismo, perché sacrifica il pathos alla chiarezza  di gesti e parole, proprio per evitare di perdere il filo con la crudeltà del fatto e con l’assenza completa di umanità che affonda nel pozzo dell’omertà di un’intera caserma, la Gamerrra di Pisa. Emanuele aveva ventisei anni, appena laureato in Legge ed è morto la sera del 13 agosto del 1999  come hanno appurato le perizie,  colpito violentemente alle mani nel corso dell’arrampicata della scala di asciugatura dei paracaduti sul retro della caserma e precipitato giù, con le scarpe allacciate tra loro come volevano gli anziani, i nonni parà, inventori di prove di coraggio come questa, mossi, come narra il testo, da un senso di vendetta per il giovane Emanuele che aveva minacciato più volte di denunciare le angherie e i soprusi subiti dalle reclute. Per evitare ripercussioni e consigliati dai Superiori, come dimostrano dichiarazioni e documenti, il ragazzo ancora vivo è stato abbandonato per tre giorni con la schiena spezzata e sanguinante, bene occultato tra i tavolini sottostanti alla scala ed è morto dopo un’agonia di diverse ore, senza che nessuno abbia reclamato la sua assenza, tra compagni e superiori della caserma.

“L’attuale Ministro della Difesa Roberta Pinotti si è decisa a convocare la madre di Emanuele,  Isabella Guarino per la riapertura del caso.”, dichiara il regista Orlandelli mentre l’attore Giuseppe Alagna nel triplice ruolo di padre, racconta: “Ho lavorato con questi ragazzi, tutti volontari, come se fossero tutti figli della stessa madre e sono stato tre volte padre sulla scena ma il padre di Emanuele con il suo dolore è il solo padre autentico che abbiamo.” Poi c’è il falso padre della patria, il generale della Folgore sciolto in dichiarazioni assurde, prive di dignità umana e l’altro impostore, padre della Società, l’allora ministro della Difesa che davanti alle sedute d’inchiesta, è alle prese con un dado magico, assente, ripetitivo, ipnotizzato dal gioco degli incastri omertosi che scivolano insieme a lui, nello stesso vuoto”.

Lo spettacolo ricostruisce sedute parlamentari e interviste giornalistiche, analizza il caso,riporta fedelmente i fatti ma trionfa sui fatti proprio quando, lasciata in mezzo la monumentale storia d’inchiesta,  riesce ad unire i due capi della corda, la dura e contorta linea dei fatti, in un cerchio d’amore che sembra raccogliere solo una cosa alla fine, la luce del cuore. E allora il breve incipit di dolore dei genitori del ragazzo si incurva dolcemente verso l’amoroso, commovente finale quando tutti gli attori sollevano il corpo senza vita di Emanuele, carezzandolo come un bambino, cullandolo tra le braccia, un ragazzone alto, forte, vivo adesso, più vivo di prima, tornato finalmente al grembo materno. E un candido lenzuolo che è la stessa arena bianca, ovale, mnemonica del teatro, cala dolcemente su omertà, colpe ed orrore evocando la speranza comune, il risveglio, l’attesa per Emanuele, di un nuovo giorno.