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Psicologia: L'AUTOSTIMA (parte seconda)

   

    

 

    Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo di Catia Larocca “L’AUTOSTIMA”, la cui prima tranche è comparsa su www.animamediatica.it il giorno 22 Luglio 2010.

 

Fattori di vulnerabilità

 

La letteratura evolutiva suggerisce che il nucleo dell’autostima origina dalle interazioni precoci dell’individuo con le altre persone significative. Mentre il bambino si sviluppa e cresce, le esperienze di vita e le ulteriori interazioni con altre persone significative modellano il nucleo dell’autostima. Sembra improbabile, tuttavia, che questo processo di formazione continui indefinitamente, ad un certo punto la struttura di base dell’autostima sembra diventare solida.

Abbiamo ipotizzato che il nucleo dell’autostima sia relativamente fisso nella vita adulta, ciononostante i livelli di autostima appaiono abbastanza fluidi anche da un momento all’altro; le persone riferiscono diversi livelli di autostima in differenti occasioni e in differenti situazioni. Si può considerare il nucleo dell’autostima come una struttura assimilabile ad un tratto, in una griglia in cui si intersecano le variabili tratto-stato-situazione (Kendall, 1978). Questa relazione suggerisce che l’espressione finale affettiva di ogni capacità cognitiva, affetto o comportamento è una funzione convergente dei tratti dell’individuo, dello stato attuale e della situazione che essi incontrano. Nel caso dell’autostima, l’esperienza dell’autostima personale per un determinato fatto sarà determinata dal nucleo dell’autostima, lo stato personale del momento (per esempio cattivo umore) e le situazioni in cui la persona si trova. Sebbene questa struttura suggerisca che tutti e tre gli elementi sono importanti per la valutazione  dell’autostima del momento, la nozione del nucleo di autostima suggerisce che questo nucleo eserciterà una influenza significativa.

Pertanto, per esempio una persona con un nucleo di autostima inadeguato può non sperimentare un’autostima momentanea particolarmente alta anche quando ha raggiunto un successo in un’area importante. Al contrario, le persone con un elevato nucleo di autostima non sperimenteranno una autostima significativamente ridotta anche dopo il fallimento nel raggiungimento di un obiettivo.

La nozione di nucleo dell’autostima sembrerebbe implicare che livelli momentanei di autostima dovrebbero essere un riflesso diretto del nucleo dell’autostima; per esempio se un individuo presenta un nucleo di autostima basso i livelli quotidiani di autostima dovrebbero essere similmente bassi. Benché noi ipotizziamo che il nucleo dell’autostima sia invece un importante moderatore dell’autostima quotidiana, altri fattori mitigano gli effetti di una diretta relazione tra nucleo dell’autostima e livelli momentanei di autostima. Individui con un basso nucleo di autostima possono accumulare una riserva di competenze e abilità in particolari aree che permettono loro di funzionare con successo nella vita di tutti i giorni (e sentirsi bene), anche se il loro nucleo di autostima li rende vulnerabili alla depressione e in modo corrispondente sintomatici per i deficit dell’autostima quando si verificano eventi negativi.

Pertanto il nucleo dell’autostima, rimane latente finché non viene attivato da eventi scatenanti.

Questa nozione è coerente con diverse prospettive attuali all’interno della teoria e ricerca socio-cognitiva. Una serie di ricercatori sociali e socio-cognitivi hanno avvertito che sarebbe un errore concludere che un’immagine di sé è monolitica, una struttura statica ( per esempio Markus e Nurius, 1986). Le persone hanno una diversità nelle rappresentazioni di sé disponibili che non possono essere tutte operative allo stesso tempo. Così una concettualizzazione diatesi-stress suggerisce che alcuni individui abbiano rappresentazioni di sé disponibili che interagiscono con gli eventi di vita per dare origine ai processi che portano al disturbo.

In un modo simile, poiché le strutture cognitive responsabili per il nucleo dell’autostima sono latenti per la maggior parte del funzionamento quotidiano, gli individui con scarso nucleo di autostima dovrebbero normalmente essere in grado di funzionare bene senza intrusioni da parte della scarsa autostima. Tuttavia ipotizziamo che, quando si verificano eventi di vita negativi, questi influenzano il nucleo dell’autostima e i livelli di stato dell’autostima diminuiscono.

In sintesi pertanto, il nucleo dell’autostima viene visto come una variabile importante con differenze individuali che potranno moderare il grado secondo cui l’autostima viene osservata come un sintomo di depressione. Quando si verifica un evento correlato a una perdita, gli individui con un nucleo di autostima basso valuteranno la situazione e loro stessi in un modo negativo, ed il risultato finale sarà la riduzione dell’autostima. In alternativa viene proposto che, le persone con un adeguato nucleo di autostima hanno minime probabilità di presentare queste valutazioni negative. Per queste persone, anche qualche riduzione dell’autostima non sarà seria e non verrà, pertanto, considerata come un sintomo del disturbo.

 

 

Fattori protettivi

 

Le persone possono proteggere l’autostima attraverso una varietà di metodi. Per esempio, i dati hanno dimostrato che i maschi evidenziano una tendenza a evitare di focalizzare l’attenzione su di sé nelle situazioni negative (Ingram, Cruet, Johnson e Wisnicki, 1988). Precedentemente abbiamo ipotizzato che la ruminazione, o l’attenzione focalizzata su di sé, è il processo attraverso cui viene acquisita l’autovalutazione. Presumiamo che un’appropriata attenzione al sé debba essere posta per permettere all’individuo di accedere al nucleo della sua autostima. Una conseguenza logica di questo esitamento introspettivo può essere un comportamento agito, con nessuna apparente riduzione dell’autostima. Tale agito viene osservato più frequentemente nei maschi. A un livello più psicopatologico, questo comportamento può essere visto negli individui antisociali, che sono forse paradossalmente abbastanza focalizzati su di sé, sui loro bisogni e desideri ma che mancano di introspezione. L’agito rapido e impulsivo di questi individui sottrae tempo al processo cognitivo necessario a valutare i loro sé reali e, in modo corrispondente, a valutare i loro sentimenti.

Le persone inoltre sviluppano nelle loro esistenze aree di competenza che possono aiutare a rendere favorevole la loro autovalutazione di fronte agli eventi negativi. Come già abbiamo osservato, le persone con un nucleo basso di autostima sono capaci di costruire una riserva di competenze, talenti, e abilità che possono aiutare a compensare gli effetti degli eventi negativi. Questa idea è una forte reminiscenza dell’approccio classico alla personalità di Adler del 1929. Adler suggeriva che gli individui con particolari deficit si sforzavano di creare aree di forza e superiorità tali da compensare questi deficit. In modo abbastanza simile, almeno qualche individuo con basso nucleo di autostima può sforzarsi di costruire aree di competenza per compensare i sentimenti scarsi su di sé. Pertanto per esempio, le persone che affrontano una perdita in un area della vita, possono focalizzare le loro energie e talenti su altre aree delle loro esistenze. Le energie dirette verso queste aree proteggono il nucleo dell’autostima e la valutazione del sé dovrebbe essere più favorevole. In diversi aspetti, questa idea è simile alla considerazione per cui i terapeuti cognitivi possono trattare la depressione attraverso l’assistenza ai loro pazienti nel costruire schemi compensatori per affrontare efficacemente gli eventi negativi (Hollon e Beck, 1986; Ingram e Hollon, 1986).

Sebbene costruire strategie compensatorie possa essere altamente adattivo nell’evitare la bassa autostima come risultato di eventi negativi, in alcuni casi queste strategie possono essere maladattative. Per esempio diversi ricercatori hanno suggerito che nel cuore della competitività dell’individuo di Tipo A (sforzo estremo e desiderio di realizzare sempre di più) c’è uno scarso nucleo di autostima (vedi Smith, 1986). Queste strategie possono essere efficaci nell’evitare di occuparsi dei sentimenti che riguardano se stessi e forse per evitare la depressione, ma possono implicare un costo in altre aree della vita, sia dal punto di vista fisico che interpersonale.

In sintesi abbiamo menzionato qui diversi fattori protettivi, ma, indubbiamente, una serie di fattori potenzialmente protettivi funzionano nell’incrementare la probabilità di autovalutazioni favorevoli. Qualunque sia la lista di questi fattori protettivi, l’idea che noi desideriamo enfatizzare è l’effetto interattivo di questi fattori con la vulnerabilità. Lo stile di vulnerabilità e dei fattori protettivi che un individuo possiede giocherà pertanto un ruolo significativo nel determinare gli esiti delle autovalutazioni.

 

 

Fattori situazionali

 

Benché abbiamo focalizzato un’attenzione considerevole sui fattori interpersonali nella stima di sé, anche i fattori situazionali rivestono una parte importante; la responsabilità attuale di una persona per ciò che succede influenzerà la valutazione di sé. Dunque se un individuo confermerà la netta responsabilità per un evento negativo accaduto nella propria vita, sarà difficile evitare un’attribuzione interna e la conseguente perdita di autostima. Nell’osservare l’importante ruolo dei fattori situazionali, non è possibile tuttavia discutere fattori specifici. I ricercatori clinici cognitivi (Ingram, 1986) tendono a focalizzare pesantemente l’attenzione sui meccanismi interpersonali che determinano diversi risultati cognitivi, affettivi e comportamentali. Certamente il nucleo dell’autostima è prevalentemente intrapsichico. Ciononostante, i dati, le esperienze di vita possono sopraffare anche i meccanismi di elaborazione cognitiva di parte e rendere certe conclusioni inevitabili (tra queste un abbassamento dell’autostima). Finché i dati non sono chiari, permettono ai meccanismi di processamento cognitivo di riempire le discrepanze con i dati coerenti con loro, sia proteggendo le persone che rendendole vulnerabili.

 

 

Visione operativa dell’autostima

 

Il filo che sembra legare tutte le definizioni di auto-stima è il suo aspetto valutativo. Per esempio Becker (1979) considerò l’auto-stima come il prodotto affettivo-cognitivo dei processi di auto-valutazione, mentre James considerò l’autostima come una valutazione del modo in cui le persone effettivamente percepiscono di aver raggiunto i loro obiettivi. Rosemberg (1979) la vedeva come una valutazione negativa del sé, come fece Freud. Allo stesso modo, Steffenhagen (1990) ha imbastito un modello molto elaborato della autostima, ma al centro di questo modello si trova la valutazione dell’individuo in relazione al personale raggiungimento degli obiettivi. Secondo Steffenhagen (1990), una ridotta autostima può risultare dal fallimento degli obiettivi realisti o dal porsi obiettivi irraggiungibili.

Combinando queste nozioni sembra ragionevole che gli individui inizino la formazione del sé e dell’autostima dal momento in cui sono in grado di percepire se stessi come separati dalla propria figura di attaccamento. La formazione dell’autostima continua indubbiamente dopo l’infanzia, mentre le persone progressivamente processano le informazioni nuove in relazione alle acquisizioni, ai successi, agli insuccessi e ai fallimenti. Considerata la varietà delle aree della vita dove le persone ritengono che sia importante dimostrare competenza, i livelli di autostima possono variare attraverso una serie di diversi domini di vita. Pertanto, l’autostima si dimostra multisfaccettata, nel senso che le persone possono avere aree della loro vita in cui si sentono competenti e la loro autostima corrispondentemente alta, mentre in altre are possono sentirsi inadeguati e soffrire per una scarsa autostima.

Nonostante le differenze di autostima attraverso una quantità di aree, si può ritenere che ogni individuo abbia un livello centrale di autostima basato su una valutazione complessiva di sé e delle risultanti risposte affettive a questa valutazione. L’autostima centrale si sviluppa dalle più precoci interazioni con le altre persone significative e orienta la maggior parte delle fluttuazioni momentanee osservate nei livelli di autostima giornalieri.

 

 

Alta e bassa autostima

 

Abbiamo detto che l’autostima è la valutazione, l’opinione che abbiamo di noi stessi, è un’autovalutazione. Questa può essere alta o bassa. Seconda la maggior parte degli autori la persona con un alto livello di autostima:

vede il mondo in maniera positiva, pieno di amici, di opportunità e di cose piacevoli; esprime facilmente agli altri i propri sentimenti e le proprie esigenze; valuta le proprie scelte e i propri comportamenti come efficaci; è circondata da persone che rispondono positivamente al suo modo di fare.

La persona con un basso livello di autostima:

vede il mondo in maniera negativa, pieno di persone che la trascurano e che sono sempre pronte ad approfittarne; vede ogni cosa come problematica e difficile da affrontare; si sente depressa e senza speranza; si sente una vittima; tratta gli altri o come “nemici “, o come “salvatori”; è circondata di persone che, prima o poi, risponderanno negativamente.

Quelli descritti sopra sono i due estremi di uno spettro di condizioni. Normalmente una persona si sposta da una parte all’altra dello spettro in base agli eventi che accadono nella sua vita. Eventi fortemente stressanti quali, ad esempio, perdere il lavoro, divorziare, scoprire di avere una importante malattia o trovarsi la casa svaligiata dai ladri, possono infliggere duri colpi all’autostima di una persona; così come, del resto, una promozione sul lavoro, superare con successo un esame, innamorarsi o vincere un premio, generalmente aumentano l’autostima.

Se una persona ha di base un’immagine positiva di sé, tende a riassorbire  facilmente i colpi all’autostima determinati dagli eventi negativi. Di contro, se una persona non ha di base un’immagine positiva di sé, difficilmente avrà livelli elevati di autostima; in un certo senso è come se fosse in una condizione perenne di “bassa autostima”.

Una bassa autostima porta con sé determinate conseguenze. In realtà non esiste un quadro uguale all’altro, ognuno reagisce in modo diverso. Si possono avere difficoltà di vario tipo e non sempre presenti insieme:

timidezza, senso di inferiorità nei confronti degli altri, insicurezza, eccessiva sensibilità, paure e preoccupazioni eccessive, paura di sbagliare, incapacità che rende difficile la crescita personale, incapacità a controllare le emozioni, difficoltà nel rapportarsi serenamente con gli altri, difficoltà a trovare il partner, problemi di coppia, familiari, difficoltà nel parlare in pubblico, viramento di situazioni di controllo o di potenziale successo, paura di essere giudicati, senso di colpa, frustrazione, rabbia non espressa, stanchezza, facile esauribilità, remissività, dipendenza, sacrificarsi troppo per gli altri, sensazione di non essere capiti dagli altri, paura eccessiva di perdere gli altri, gelosia eccessiva, tendenza a rimandare gli adempimenti.

A volte le persone mascherano la loro bassa autostima con diversi atteggiamenti come i seguenti:

aggressività, scatti di rabbia, competizione, irrequietezza, falsa sicurezza, ostentazione, perfezionismo, falso orgoglio. Altri per conservare  il proprio livello di autostima possono svalutare gli altri con affermazioni sprezzanti, sarcastiche o comunque negative, nei confronti di se stessi o degli altri. I commenti negativi sugli altri, di solito, nascondono un certo senso di vulnerabilità, vergogna o mancanza di valore che il soggetto sperimenta in prima persona quando esprime i propri desideri e si trova di fronte ai propri bisogni.

 Per quanto riguarda le cause che provocano una bassa stima di sé possiamo rintracciare, secondo la maggioranza degli autori:

problemi infantili nei rapporti con i genitori, persone importanti e significative, traumi psicologici in qualunque età, violenze fisiche o psichiche subite, depressione, fobie, incomprensioni, insuccessi, difficoltà nella ricerca del partner, delle amicizie, nei rapporti di coppia, nel rapporto con i figli, nella realizzazione personale, nei rapporti con colleghi superiori clienti nel lavoro.

 

 

Risvolti clinici e pedagogici

 

Il concetto di autostima è strettamente legato a molti altri fondamentali costrutti. I teorici dell’attribuzione, ad esempio, hanno indagato il legame che c’è tra autostima e motivazione.

La motivazione è definita come la spinta o stato interiore che orienta l’organismo al raggiungimento di un determinato scopo o obiettivo.

Queste teorie affermano che il livello di motivazione dipende dalle cause alle quali la persona ritiene di attribuire il risultato raggiunto. Il livello di motivazione può quindi mutare radicalmente secondo il giudizio attributivo che le persone elaborano e dato che questo giudizio è influenzato da indicatori esterni, questa ha importanti risvolti  socio-pedagogici. Ad esempio un genitore che sgrida un figlio che ha appena avuto un bel voto dicendo che, pur avendo un voto alto, questo ancora non basta poiché non è riuscito ad essere il primo della classe, oppure svalorizza il voto dicendo che il professore è stato troppo buono, può distruggere il suo interesse ad ottenere dei buoni voti e la sua motivazione per lo studio.

Fare costantemente elogi può favorire l’attribuzione di abilità ed accrescere la motivazione. L’elogio di un figura importante o autorevole come un genitore contribuisce ad aumentare la stima di sé. Dato che l’autostima, alta o bassa, influenza non solo la motivazione ma anche il livello degli obiettivi, alti o bassi, e delle mete di vita, si può persino dire che l’intero percorso di vita di un individuo può, in definitiva, essere condizionato dallo stile educativo e dal giudizio dei genitori.

La relazione fra il giudizio che il singolo ha di se stesso e delle proprie capacità e la qualità delle sue prestazioni successive è molto complessa, e la sua conoscenza ha degli importanti risvolti sia in campo pedagogico che in quello clinico. Esistono molte prove sperimentali che attestano che la fiducia che le persone hanno  nelle proprie risorse è un fattore determinante nel successo del comportamento successivo (Bandura, 1979).

Ad esempio si è visto che il migliore predittore della possibilità che un alcolizzato smetta di bere è proprio la sua stessa fiducia nelle proprie capacità di resistere al desiderio di bere. Quelli che non hanno questa fiducia ricadono quasi sempre nell’alcolismo per due motivi: perché l’oggettiva difficoltà a smettere di bere mina la loro già ridotta fiducia in se stessi; e perché, non avendo grande fiducia di riuscire a smettere, sono meno attenti ad evitare occasioni propizie al bere e si impegnano di meno a resistere al desiderio quando eventualmente si presenti l’occasione.

La mancanza della fiducia in sé è un riflesso della loro vulnerabilità, ma anche un preciso fattore di aumento di vulnerabilità.

Proprio per questo nel trattare la dipendenza da alcool (come da droghe) è importante sostenere la motivazione e la fiducia nella possibilità di farcela.

Un metodo molto efficace consiste nel confrontare l’alcolista o il tossicodipendente con persone che sono state nelle stesse difficili condizioni ma che hanno recuperato un regime di vita equilibrato.

Il successo degli altri suggerisce che la cosa è possibile aumentando la fiducia nelle proprie capacità e di conseguenza l’impegno nell’impresa.

 

 

Consigli per migliorare l’autostima

 

Dalle pagine precedenti risulta evidente come sia importante avere un’adeguata stima di sé.

 Alcuni autori indicano alcuni consigli per arrivare a questo obiettivo:

1) Cercare, innanzitutto, di condurre una vita salutare, cioè:

nutrirsi in modo sano ed equilibrato;

2) fare attività fisica regolarmente(per esempio fare passeggiate a passo svelto per un’ora tutti i giorni, oppure fare esercizi moderati per 15-20 minuti al giorno, oppure 60 minuti di ginnastica vigorosa tre volte a settimana);

3) dormire per un numero adeguato di ore;

4) settimanalmente, dedicare una parte del proprio tempo ad attività piacevoli e rilassanti; 5) imparare a capire quali segnali (per esempio, tensione muscolare, cefalea, bruciore o acidità di stomaco, capogiri, ecc.) invia il corpo quando ci si trova in una situazione stressante. Quando capita di percepirli, intervenire subito sulle cause che creano stress, piuttosto che attendere e rinviare la soluzione nel tempo;

6) evitare, per quanto possibile, le situazioni sulle quali non si può attuare una forma di controllo, perché col tempo finiscono per minare l’autostima;

7) porsi obiettivi realistici, cioè che si sente di poter facilmente raggiungere, e imparare ad apprezzarli una volta raggiunti, anche se possono sembrare insignificanti;

8) di tanto in tanto dedicarsi ad attività nuove, manuali od intellettuali che siano, purché interessanti;

9) uscire regolarmente con gli amici.

 

Per migliorare il proprio livello di autostima esistono due vie:

 

La prima via: costruire le basi solide della autostima.

Imparare a gestire le proprie emozioni, conoscere gli errori che conducono a bassa autostima e correggerli, accettare se stessi ed applicare gli insegnamenti appresi, rendersi conto delle proprie capacità e dei propri limiti, assumersi le responsabilità della propria vita, vivere pienamente.

 

La seconda via: la crescita personale.

Padroneggiare abilità e capacità.

Imparare nuove abilità, imparare tecniche di autodifesa psicologica, imparare a capire gli altri e la loro psicologia, imparare a influenzare positivamente, imparare tecniche auto-affermazione.

 

 

 

Considerazioni

 

Come abbiamo avuto modo di vedere diversi sono stati gli approcci teorici al concetto di autostima, testimonianza questa della sua complessità ed importanza. Risulta evidente inoltre dalle pagine precedenti l’importanza di avere un’adeguata stima di sé o comunque di guadagnare una conoscenza di se stessi più approfondita in modo da scoprire i diversi lati del proprio carattere, il modo abituale di porsi, le aspettative, i desideri, così i pregi e i difetti  personali. Utile sarebbe riflettere in maniera più analitica ed articolata su se stessi, magari attraverso un’auto-osservazione che permetta di affrontare conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne, riflettere sui propri  pensieri, sentimenti, motivazioni e comportamenti, vedendo, così, in quale modo si è percepiti dagli altri nelle circostanze interpersonali e  comprendendo meglio, di conseguenza, le reazioni degli altri nei propri confronti.

Anche se può risultare retorico, nessuno è da buttar via: tutti posseggono punti forti e punti deboli. Il gioco consiste nello sfruttare le risorse di cui si dispone, nell’acquistarne altre partendo dal convincimento che ognuno  ha nelle  mani il suo destino o, per lo meno, può influire sul corso degli eventi che lo riguardano.

Un risultato certamente favorevole è quello di passare da una critica spietata, senza appello nei confronti dei propri limiti personali, ad una serena auto-ironia, in cui il limite è riconosciuto e dichiarato ma non è più percepito come lesivo per sé o compromettente per la relazione. E’ importante, infatti, riuscire a tracciare il confine dei propri limiti personali senza imbarazzo o vergogna. Cambiamento positivo, quindi, nel modo di percepirsi e di percepire l’altro; capacità di esplorazione  e  di riconoscimento nell’ integrare i vari aspetti di sé, grazie a cui sia possibile tollerare la coesistenza di pregi e difetti, abilità e limiti, gratificazioni e frustrazioni.

 

 

Catia Larocca 

 

 

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Postato da direttore il Mercoledì, 25 agosto @ 14:46:38 CEST (13 letture)
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