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Animamediatica: UN VUOTO COLMO DI PRESENZA

di Francesco Frigione

NUMERO SPECIALE DEL 13 DICEMBRE 2009

 

 

I. Il rapporto tra individuo, gruppo e collettivo: l’eredità psicologica di Jung e Moreno

 

Animamediatica concentra la sua attenzione sul giunto che connette individuo e collettività. Per riuscirvi si occupa dell’esperienza più profondamente soggettiva del singolo. Questa scelta non sostiene  un escamotage solipsistico, una fuga dal mondo, ma stimola il  singolo a partecipare con più autenticità alla realtà.

Si tratta di dare peso a un atteggiamento introverso, nel senso attribuito da Jung al termine, cioè sensibile ai riferimenti più profondi e originali dell’individuo, legati alla tendenza unica e personale all’autorealizzazione. Non intendiamo assecondare, però, la svalutazione della realtà sociale che spesso si accompagna a tale orientamento psichico.

L’esempio trasmesso dal grande studioso svizzero attraverso il suo atteggiamento critico e al contempo partecipativo verso i grandi avvenimenti sociali e politici a lui contemporanei risulta estremamente chiaro in proposito[1]. Cito ad esempio l’estratto di un’intervista che rilasciò nell’aprile del 1934 alla rivista Hearst’s International-Cosmopolitan, nel momento in cui  incubava  la Seconda Guerra mondiale e l’espansione dei totalitarismi e dei regimi autoritari raggiungeva lo zenit in molte nazioni.

 

         « Il pericolo più terribile che l’uomo deve affrontare è la potenza delle sue idee. Nessuna forza cosmica abbattutasi sulla terra ha mai distrutto dieci milioni di uomini in quattro anni: la psiche dell’uomo sì. E può farlo di nuovo. Di una cosa sola ho paura: dei pensieri della gente. Contro le cose materiali ho i miei sistemi di difesa.

         Vivo felice nella mia casa con la mia famiglia. Ma mettiamo che i miei familiari si facciano l’idea che io sia un demonio; potrò continuare a vivere felice in mezzo a loro? A essere al sicuro? Siamo tutti suscettibili al contagio di massa. Queste epidemie sono più forti dell’individuo. E l’individuo ne è la vittima. Grida forte, organizza sfilate, finge con se stesso di essere il capo, ma in realtà è la loro vittima. I deliri di massa sono il rigurgito di forze biologiche e spirituali dalle profondità della psiche.

         Volgiamo lo sguardo della coscienza dentro la psiche per scoprire che cosa vi si cela. Cerchiamo di capire che cosa possiamo fare, ciascuno nel suo piccolo. ».[2]

 

        Il rapporto che ognuno di noi sperimenta tra dimensione individuale e collettiva è innegabilmente impregnato di asperità e conflitti, dunque. Da tale evidenza deriva un forte sprone ad opporsi alla seduzione violenta esercitata dalle idee collettive (disseminate non solo nella società più ampia, ma nella vita familiare e nel gruppo dei pari).

Eppure c’è un’altra ascendenza ideale di Animamediatica che riequilibra la prospettiva precedente, provenendo dall’insegnamento umanistico di Jacob Levi Moreno, l’inventore dello psicodramma. Moreno mette l’accento sul potere dei gruppi ‘sani’ di stabilire un connubio tra le esigenze di differenziazione, tipiche della psiche individuale, e le esigenze all’appiattimento delle differenze, tipiche dei gruppi, in funzione di una migliore coesione collettiva: entrambe queste istanze vigono in noi.

Secondo Moreno l’equazione favorevole si ottiene quando la coscienza dei membri di un gruppo sorge dal crogiuolo della reciproca immedesimazione. Devono presentarsi potenti perturbazioni affettive affinché cessi di manifestarsi il naturale e spontaneo meccanismo dell’empatia, infatti. E la ricomparsa dell’empatia in seno al gruppo può soltanto derivare dalla soluzione di quei problemi. La soluzione si determina facendo leva sulla creatività psicologica del gruppo.

In cosa consiste, quindi, questa creatività? Nella messa in comune sempre più consapevole delle immagini interiori appartenenti a tutti gli integranti di un gruppo; immagini che diventano visibili, o meglio, verificabili, attraverso la piena partecipazione emotiva di ciascun membro alla scena comune.

Il processo che porta a condividere gli stati di animo si manifesta tramite la tendenza della psiche umana a rappresentarsi per immagini (immaginazione) e a tradursi in azioni simboliche. Il gruppo così produce scene, si ‘teatralizza’, affrontando nella nuova rappresentazione un rimescolamento dei ruoli al suo interno.

 Il cambiamento dei ruoli implica un mutamento dei punti di vista di ciascuno e con esso muta anche, radicalmente, l’atteggiamento dei componenti di fronte ai problemi. In essi si produce una catarsi emotiva. La catarsi segna una trasformazione psichica, l’integrazione nella coscienza di elementi ignoti o precedentemente rifiutati dai membri del gruppo, esperienze di socialità mai comprese prima, dispositivi antropologici vissuti originariamente come estranei e conoscenze empiriche e teoriche decisamente nuove.

In breve, ciò conduce a un’elevazione della coscienza degli individui e dell’insieme che essi formano.

Questa modalità, che con una tecnologia della comunicazione più rudimentale restava prerogativa soltanto di gruppi abbastanza ristretti, oggi potrebbe riguardare vaste aggregazioni umane. E’ lecito sperare di allargare a consessi più vasti e meno definiti l’intima esperienza che Moreno condensa in una sua celebre poesia?

 

« Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia. E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi per metterli al posto dei miei, e tu coglierai i miei occhi per metterli al posto dei tuoi, poi ti guarderò con i tuoi occhi e tu mi guarderai con i miei. ».

 

Animamediatica si prefigge di rendere ostensibili i punti di vista di tutti coloro che desiderano contribuire alla sua vita culturale, tramite una reale interattività e una partecipazione allargata alla definizione di fatti e problemi.

Segnalavo all’inizio di questo articolo che per noi è prioritario il riconoscimento delle percezioni più profondamente soggettive che ciascuno ha della realtà. E’ proprio dall’intreccio di visioni estremamente soggettive, dal loro confronto, che possiamo attenderci che emerga una diversa intersoggettività, un umanesimo della comunicazione.

 

 

II. La qualità della comunicazione: Fornari e la democrazia affettiva

 

        Nel 1988, Franco Fornari, sviluppando la sua teoria dei codici affettivi [3], s’interrogava su quali orizzonti di accomunamento tra esseri umani schiudesse l’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione di massa. Egli considerava che la riflessione psicologica avesse tradizionalmente preso ad oggetto il legame gruppale scaturito da una compresenza fisica dei partecipanti ma mai dalla condivisione virtuale.  La morte prematura dell’autore interruppe sul nascere questo fecondo filone di riflessione e lo psicoanalista non poté assistere all’avvento planetario del personal computer e della rete[4].

        Lo spunto offerto da Fornari resta, però, quanto mai attuale; egli sottolinea l’aspetto affettivo e identitario della comunicazione, reso evidente proprio dall’etimologia latina della parola: cum moenia, ossia “quanto viene condiviso entro le stesse mura”, la struttura di appartenenza che lo scambio linguistico instaura tra chi sta in uno stesso spazio. Infatti, nell’area dove si scambiano i segni linguistici – i quali detengono un peso affettivo e danno significato alle relazioni e sostanza ai ruoli interpersonali - si produce contemporaneamente lo spazio mentale degli individui e del gruppo.

Lo studioso milanese riadatta a questo proposito lo schema della Psicologia Transazionale di Eric Berne (Genitore/Adulto/Bambino) e propone un “discorso politico”, coniando il concetto di democrazia affettiva. Fornari sostiene che in ogni gruppo si giocano dei ruoli simbolici, corrispondenti al “codice del Padre e della Madre” e dei “Figli-Fratelli”. Ogniqualvolta coloro che incarnano un ruolo pervertono la propria funzione e conculcano le altre posizioni, togliendogli voce ed espressione, si scardina l’equilibrio della democrazia affettiva e la qualità della comunicazione si deteriora. Quando le garanzie di equità e tutela dei singoli si perdono, poiché è smarrita una delle funzioni simboliche che regolano la vita affettiva del gruppo, l’accomunamento[5] tra i membri si sfalda o si perverte. Questo esito può produrre violente lotte intestine, esclusioni, sabotaggi, ingiustizie sociali o attacchi paranoici contro altri gruppi, se non, addirittura, guerre e stermini. Il senso stesso del legame sociale può perdersi, annichilirsi, divenire paradossale. La co-abitazione può trasformarsi in un inferno di paura, sospetto, odio o in un’esperienza cupa e desolante.

Al contrario, però, se il gruppo coltiva uno spazio di comunicazione in cui hanno ricetto le istanze psichiche più importanti dei suoi componenti e dove si determina un corretto gioco dei ruoli e il rispetto dei codici affettivi ( koinemi ), allora l’accomunamento rende possibile una sana dialettica tra esigenze individuali, gruppali e collettive.

Da questa impostazione deriva – è facile capirlo - una fondamentale conseguenza: che la comunicazione mistificante comporta puntualmente una sofferenza sociale del gruppo e una sofferenza psichica degli individui.

Ma è altrettanto vero che, in questa ottica, la veritiera osservanza del ruolo simbolico, che ciascuno interpreta all’interno della comunità, produce una comunicazione salutare e proficua, in grado di contribuire positivamente alla vita comune.

A questo obiettivo tende lo spirito di Animamediatica.

 

 

III. La metafora creativa dell’Ascolto, l’utopia cinematografica di Allen,  Arcand, Pierre Levy e la Politica della Psiche di Hillman

 

Il nostro rizoma psicologico è l’Ascolto.

L’Ascolto rappresenta la metafora di un rapporto in cui la ricezione è sensibile, attiva e profonda. Questa stimola la creatività di chi si esprime e di chi, recependo forme e contenuti dell’espressione, la re-immagina, la modula e la influenza con la propria disponibilità a viverla, a parteciparla.

Nessuna autentica comunicazione può astrarsi dai suoi fruitori: essa scorre sempre in un flusso, all’interno di un campo relazionale che la influenza e in cui vige una reciprocità, più o meno visibile, che le dà confine, sostanza e senso.

L’Ascolto è, dunque, dialogo, forza generativa tanto quanto l’emissione di contenuti, realtà indispensabile all’azione che desidera stimolarlo. Lo Yin, il Ricettivo (e non il Passivo, come erroneamente, talvolta, viene tradotto questo termine taoista) è un principio creativo come lo Yang, il Generativo, tanto che in una relazione veramente creativa non si distingue dove cominci l’uno e dove termini l’altro.

Ecco, a tale proposito un apologo Zen:

 

« Molto tempo fa, in Cina, c’erano due amici, l’uno molto bravo a suonare l’arpa e l’altro molto bravo ad ascoltare.

Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: « Vedo la montagna come se l’avessimo davanti ».

Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva:

“Odo l’acqua che scorre!”.

Ma quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più. Da allora, tagliare le corde dell’arpa è sempre stato un segno di grande amicizia. » [6].

 

Nel breve e fulminante racconto giapponese notiamo che, una volta scomparsa la capacità empatica, intelligente e immaginifica dell’ascoltatore, perde totalmente senso anche l'espressione del musicista.

 La comunicazione, come dicevamo, implica compartecipazione, condivisione, attraverso le emozioni. Da qui sorge il carattere accomunante dei segni che un gruppo condivide, la forza che essi hanno di mediare vissuti e di intessere rapporti autentici. E ciò fa sì anche che l’intelligenza non sia quello "stupido" quoziente numerico che calcolano i test cognitivi ma la correlazione degli sforzi psichici e mentali di un gruppo, di una comunità, di un’intera società, tesi a scoprire, affrontare e risolvere problemi comuni.

La recente commedia di Woody Allen, Basta che funzioni (2009) offre un’idea molto calzante di quale percorso di maturazione sia necessario agli individui che affrontino il problema di trovare una nuova direzione alla propria esistenza; essi devono contemperare due esigenze apparentemente inconciliabili: da un lato rispondere a un fondamentale bisogno di calore affettivo e dall’altro valorizzare l’originalità della propria visione del mondo. Vale la pena di considerare che l’insieme dei personaggi può essere interpretato, psicologicamente, come il complesso delle componenti interiori di un individuo, oltre che come la riproduzione di un microcosmo sociale[7].

Il protagonista della pellicola è Boris Yellnikoff, uno scienziato sessantenne che si è consacrato allo studio delle stringhe e che, sostiene, di essere andato assai vicino al conferimento del Nobel per la fisica. Boris sostiene senza alcuna modestia di possedere una “visione che va oltre” i consueti limiti. Egli è personaggio di celluloide eppure si rivolge direttamente agli spettatori in sala e li sfida a seguire la sua storia; a nessun altro personaggio appartiene questa capacità di stare tra le dimensioni, di connettere l’universo reale e quello della finzione. 

Sebbene Boris sia colto e brillante sul piano intellettuale appare assolutamente incapace di godere della vita di relazione; la disperazione gli si manifesta nei comportamenti bisbetici, arroganti, presuntuosi e nell’umorismo cinico e corrosivo con cui maltratta il mondo, e si rivela negli attacchi di panico e nei rituali ossessivi, con cui s’ingegna a padroneggiare fantasmaticamente le emozioni rimosse, in una massiccia negazione del bisogno di entusiasmo e  gioia e di abbandono alla profonda fame di saldi legami sentimentali che lo tormenta.

Dopo la rottura del primo matrimonio e il conseguente tentativo di suicidio è, però, il caso - incontrastabile forza dell’inconscio - a bussare ripetutamente alla sua porta. Nel fondaco di Manhattan in cui si è rifugiato, per prima giungerà l’adorabile, fresca, ingenua, incolta ma affettuosissima, Melody St. Ann Celestine, una ragazza scappata dal Mississippi a New York per sottrarsi al clima di ipocrisia e bigottismo della sua famiglia. Lottando tenacemente contro l’irsuta resistenza di Boris, Melody riporta il calore degli affetti nella sterile routine dell’uomo, quantunque a costo di un sacrificio emotivo immenso, che la rende infelice. Per altro, la sua pura disposizione affettiva si arricchisce, man mano, di sfumature e la sua coscienza evolve, si affina: la giovane diventa, giorno dopo giorno, più consapevole di sé.

I due finiscono per sposarsi; ma con il matrimonio le sorprese sono appena iniziate. In una comicissima girandola di apparizioni, oltrepassano la soglia dell’appartamento della coppia, in tempi diversi, gli stessi genitori della ragazza, ormai separati.

Basta poco tempo alla madre per lasciarsi alle spalle le preclusioni iniziali, ganga di un retaggio conformista e auto-castrante, nella frizzante atmosfera newyorkese si trasforma in una spregiudicata e originalissima fotografa a la page [8], perfettamente a suo agio nel ricercato mondo intellettuale della Grande Mela e capace di gestire a meraviglia una relazione a trois.

Il padre, invece, scopre di essere un gay represso e, scioltosi da ogni inibizione, vive senza remore la sua omosessualità con un simpatico partner.

Infine, Melody s’innamora di un giovane e affascinante attore, che la corteggia con serena determinazione, e rompe con Boris.

Il protagonista, devastato dallo smacco, regredisce psicologicamente e ricorre ai suoi usuali meccanismi di difesa schizoidi e ossessivi; quando, però, questi falliscono nel tenere a bada il dolore che lo lancina, si lancia ancora una volta dalla finestra.

Fortunosamente, anche in quest’occasione, come alla fine del primo matrimonio, non muore. Il caso ancora una volta, o forse l’intuizione premonitrice di una donna sensibile e amorosa, vuole che atterri su di lei, una medium (dunque una persona sensitiva, che “vede oltre” proprio come Boris, ma che a differenza di lui vibra di emozioni vive e non si isola nelle astrazioni). I due finiscono per edificare un nuovo e più assortito rapporto di coppia.

Nella scena conclusiva, i principali personaggi festeggiano insieme il capodanno, sentendosi legati da un’empatia affettuosa che rispetta le e peculiarità di ciascuno.

Il film dunque tratteggia l’emergere di una nuova configurazione individuale e comunitaria, fatta di rapporti sì un po’ più instabili e incerti ma autentici, poiché si basano sull’affinità che corre tra i membri del gruppo e non sull’identità di sangue o di appartenenza, né sull’accettazione di dogmi conformistici che dovrebbero tenerli reciprocamente incatenati.

La ricerca di un equilibrio personale pertanto risulta difficile e passa per fasi dolorose, insidiose, oscure; impone il confronto con il disorientamento e l’angoscia, ma resta saldamente assegnata all’individuo. La socialità che ne scaturisce è libera e intelligente, respinge le preclusioni, la fasulla definitività delle soluzioni, l’intransigenza psichica e ideologica, mentre coltiva le pazienti arti della fiducia e della comprensione.

Questo approccio, cosciente degli enormi ostacoli che si frappongono sul cammino di ogni individuo che coltiva il valore della coscienza personale, è una componente prioritaria della cultura di Animamediatica.

 

Se il lettore mi perdona adesso un’ulteriore digressione cinematografica vorrei citare anche il bellissimo Le invasioni barbariche (2003) del regista canadese Denys Arcand.  

Nell’ultima parte del film assistiamo al momento, prezioso, in cui, per accompagnare il protagonista, Remi, nel passaggio verso la morte imminente, gli si stringe intorno il vecchio circolo di familiari e amici.

Riuniti in una baita in riva a un lago, la conversazione, come una volta, si accende calda e scoppiettante intorno a un tavolo, mentre i commensali gustano il cibo in un clima di laica comunione. Parlando della civiltà (e, traslatamente, anche di se stessi) i sodali celebrano i fasti dell’Atene di Pericle[9] e della Firenze del Rinascimento, per concludere che i grandi geni di queste epoche - i Socrate, i Platone; i Leonardo, i Michelangelo -  non sarebbero mai esistiti senza una società che, pur nei conflitti, non fosse stata coesa e attenta ai problemi comuni. Questa è pure l’idea che ha Animamediatica del rapporto tra individuo e collettività e che concorda, in sostanza, con lo spirito dell’intellettuale collettivo descritto dal filosofo Pierre Levy:

 

« Il segreto dello Spazio del sapere è precisamente la possibilità tecnica, effettiva, di mettere insieme le temporalità personali per creare una soggettività collettiva e far ripercuotere il tempo collettivo, emergente, sulle soggettività individuali. Seguendo il ritmo che è loro proprio, gli individui non sono dunque condannati all’isolamento. ». [10]

 

D’altronde l’etimologia latina propria del termine individuo, “Non diviso”, pare suggerire una tale concezione: la separazione tra singolo e suo contesto (umano, naturale) può essere soltanto apparente, superficiale; l’intima originalità, la capacità tipicamente individuale di differenziarsi ed evolvere conducono, con un ossimoro, il soggetto a esprimere il senso più profondo della comunità alla quale appartiene e di cui diventa, volente o nolente, specchio, riferimento critico e fermento attivo.

In tale ottica, il rapinoso individualismo del capitalismo più selvaggio e il feroce collettivismo di ideologie e sistemi autoritari ( o totalitari ) rappresentano forme opposte e tristemente sinergiche di conculcamento distruttivo dell’etica individuale.

Quest’etica si fonda, al contrario, sul valore della coscienza, sulla capacità di percepire la realtà in modo profondamente personale e soggettivo e come forza di comunicare tale percezione al mondo.

Gli artisti più eccelsi della modernità, qualunque sia stato il loro campo di azione[11], si sono posti il problema di come questa comunicazione si dimostri ineludibile, tanto per l’individuo che ne è il sofferto autore quanto per la società a cui questi si rivolge. Rompere il fronte dell’omertà collettiva o l’imposizione di poteri autoritari è, però, sempre terribilmente rischioso per l’individuo.

La grande scrittrice tedesca Christa Wolf affidava alla voce drammatica, isolata, sconsolata ed eroica di Cassandra il peso della visione destinata a sollevare intorno a sé irritazione, ostilità e rifiuto. Il tema è dunque quello della paura che getta l’individuo nell’abisso della cecità, tipica dell’uomo collettivo.

 

« Chi ritroverà la parola, e quando.

Sarà di quelli a cui il dolore spacca la testa. E fino a quel momento, fino a lui, solo l’urlo e il comando e il lamento e il signorsì degli obbedienti. L’impotenza dei vincitori che muti, dicendosi l’un l’altro il mio nome, si aggirano intorno al veicolo. Vecchi, donne, bambini. Oh l’orrore della vittoria. Oh le sue conseguenze, che vedo già nei loro occhi ciechi. Sì, colpiti da cecità. Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. E’ così. » [12].

 

Sebbene la prassi etica di Animamediatica assuma a modello l’attitudine a percepire e esprimere dell’artista, questa attitudine si riscontra in ogni campo della creatività umana. Essa trova un corrispettivo nel discorso della psicologia archetipica formulato da James Hillman. Hillman parla specificamente di Politica della Psiche[13], intesa come compresenza di una molteplicità di forze psichico in dialogo tra loro.

Secondo il filosofo e psicologo americano, l’emblema religioso di questo assetto, più prossimo a noi, occidentali moderni, è, il politeismo greco-romano, che contempla una molteplicità di realtà psichiche cardini (rappresentate dalle divinità). Non a caso erano gli Asclepiei, gli antichi luoghi di cura dove gli ammalati si recavano per trovare sollievo ai propri squilibri psicofisici, a celebrare questo sano pluralismo, attraverso il dispiegarsi simbolico delle statue di tutti i maggiori numi del pantheon,.

Per Hillman la minaccia per l’individuo contemporaneo (e per la società dalla quale quest’individuo dipende) è, invece, il monoteismo, inteso in senso lato e non meramente confessionale, come sistema assolutistico di prevaricazione da parte di una tendenza psichica su tutte le altre. L’assolutizzazione di una parte implica una visione unidimensionale e letterale della realtà, incapace di attribuire ai suoi oggetti un significato metaforico.

La pluralità dialogante di posizioni, di vissuti, di ottiche, di esperienze è un nostro obiettivo.

Affinché, però, il dialogo si compia è necessario un certo spazio interiore, un luogo transizionale dove “ I colpi dei sensi ”[14] possono riverberare, echeggiare, depositarsi, decantare ed effondere l’aroma dei significati. Altrimenti il severo rischio che si corre è quello di smarrire la facoltà della leggerezza – la leggerezza di cui scriveva Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane – per venire, invece, schiacciati dai “fatti”. I fatti, rapidi nel presentarsi, svaniscono ancora più velocemente solo per lasciarsi sostituire da fatti ancora più impressionanti ma altrettanto incomprensibili. Lo spazio allora scompare in un continuum di picchi sempre più alti e più gravi, l’isteria di un frastuono incomprensibile e ottundente, che si traduce nel soprannaturale silenzio bianco di una psiche avvilita e di una coscienza atona. Questa invasione dello spazio, fisico, naturale, comunicativo e psichico, questo sopravanzare da detriti di ogni genere, indigeribili, grava corrusco su di noi e ci minaccia, attentando alla vita stessa dell’umanità e del pianeta.

Affermava profeticamente Calvino, chiosando un passo di Boccaccio sulla leggerezza fisica e poetica di Guido Cavalcanti:

 

« Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite. » [15].

 

 

IV. Lo spazio dell’altruismo: il Vuoto, il Pieno, il Ma e il battito d’ali della farfalla

 

        Abbiamo bisogno di godere, pertanto, di uno spazio dove sia possibile conoscerci. Lo spazio dove ciò diviene possibile lo chiamerei uno spazio altruistico, poiché implica, oltre ad un’attitudine cognitiva, la disponibilità a rendersi disponibili verso gli altri tramite l’espressione e l’Ascolto.

Conoscerci comincia ad assumere allora il significato di ri-conoscerci, di scorgerci attraverso l’altro, distinguendo nella sua specificità i lineamenti dell’Altro che noi stessi siamo, cogliendo la dimensione irriducibilmente estranea che ci caratterizza. Da questo confronto dipendono le sorti della nostra civiltà oltre che quelle del nostro destino individuale.

La tecnologia informatica, l’onnipresenza mass-mediatica, che tante possibilità di lettura complessa del mondo ci offrono, rappresentano anche un sistema pervasivo di dominio delle coscienze. Noi non possiamo abolire questo sviluppo tecnologico ma ne dobbiamo, comunque, comprendere, prevenire e fronteggiare i risvolti inquietanti e calamitosi. 

Parla di questo pericolo, appunto Playback, il nuovo libro del direttore del Frankfurter Allgemein, Frank Schirrmacher[16], del rischio, cioè, di perdere il rapporto con le emozioni, l’imprevedibilità, la fantasia e la capacità creativa, poiché chiunque oggi pensi, scriva e pubblichi lo fa già adattandosi alle richieste dei motori di ricerca e alla logica binaria dei computer.  E’ uno scenario, dice l’Autore, che richiama assai da vicino le predizioni di Aldous Huxley ne Il mondo nuovo (1932) [17].

La dialettica che a noi serve non dobbiamo, per altro, inventarla, è già custodita nello scrigno delle tradizioni spirituali dell’Oriente; semmai si tratta di adattarla ai contesti del mondo contemporaneo.

Pensiamo ad esempio al rapporto tra “Il Pieno e il Vuoto” di cui ci parla l’autore sino-francese François Cheng [18]: nella pittura tradizionale cinese, il vuoto appare come l’elemento che media tra gli opposti. Questo concetto introduce a un’opposizione non rigida e a un contatto fluido tra gli opposti, quali, in un dipinto, possono apparire il lago e la sovrastante montagna.

Consideriamo inoltre il concetto di “Ma” giapponese. Ma può essere tradotto con “spazio, spaziatura, intervallo, interruzione, spazio vuoto, stanza, riposo, tempo, sincronizzazione o apertura ” [19]. In musica rappresenta il tempo, il ritmo.

In architettura, vediamo che il “senso del Ma” genera un’idea unitaria di spazio-tempo [20] e rende comprensibile la quadridimensionalità, ossia il movimento nello spazio-tempo. Insomma, il Ma fornisce importanza al ritmo, all’intervallo, alla misura umana (e cosmica) attraverso la quale si produce l’esperienza possibile delle cose, il sentimento della loro abitabilità.

D’altronde questo “senso del Ma” è sottilmente connesso con lo stile personale di ciascun essere, in quanto esprime nelle azioni visibili ciò che al momento visibile non è. E’ un’ellissi, un’allusione, un’evocazione delle cose potenziali compiuta attraverso gli atti visibili: osserviamo la recitazione “a scatti” del teatro Noh, in essa le pause d’immobilità che scandiscono i movimenti suggeriscono i possibili sviluppi dell’azione. Lo spettacolo si fonda sull’abilità degli artisti a stimolare l’immaginazione dello spettatore.

L’esperienza della pausa, dell’intervallo - che lega e mette in relazione due o più oggetti della percezione - apre, dunque, ai giochi creativi della mente, li rendi possibili, anzi di più, li sollecita laddove l’anima potrebbe restare contusa o schiacciata dalle cose, dalla brutalità dei fenomeni.

        Animamediatica vuole, essenzialmente, coltivarsi come una pausa, uno spazio dove le emozioni e i pensieri si aiutino a vicenda ad illuminare aspetti della sconcertante e inesauribile complessità del mondo.

Sappiamo bene di essere solo una voce infinitesimale nel fragore della comunicazione globale, eppure intuiamo che accanto a noi si muovono tante altre realtà, piccole e grandi, di sensibilità affine; cosicché, nella nostra parabola ci auguriamo d’incontrarle, di poterci accompagnare a loro per un breve tratto o di unirci ad esse per un lungo percorso.

 

Rammentando, infine, un aneddoto che riguarda una pausa assai fatidica concludo questo scritto.

Fu durante un momento di interruzione dal lavoro, infatti, che Edward Lorenz - il celebre metereologo che tanto ha contribuito allo sviluppo del Fisica del caos - compì la sua più sbalorditiva scoperta.

Correvano gli anni ’60 e i calcolatori elettronici procedevano con un passo piuttosto lento e farraginoso: Lorenz aveva reimpostato un grafico con il quale si prefiggeva di calcolare la forza dello spirare del vento, da lì ad alcuni giorni; si era limitato ad arrotondare impercettibilmente le cifre iniziali della precedente proiezione. Ovviamente presumeva che il ritocco non desse luogo ad alcun cambiamento significativo.

In attesa che la macchina elaborasse il nuovo grafico, si allontanò dall’ufficio per sorbirsi una tazza di caffè bollente. Poi, con calma, tornò ad osservare i risultati dell’operazione programmata.

Immaginate il suo sconcerto quando si avvide che le nuove previsioni risultavano totalmente diverse da quelle originarie! Dopo lo sbalordimento iniziale comprese prontamente che si trovava al cospetto di uno di quegli eventi che deviano la rotta del pensiero umano: dedusse che un insignificante scostamento dai valori iniziali di un fenomeno basta a produrre traiettorie caotiche e conseguenze imprevedibili.

Fu per descrivere questa verità che Lorenz coniò il famoso aforisma del battito d’ali della farfalla: “Un battito d’ali di una farfalla nella foresta brasiliana può generare un uragano nell’Oceano Pacifico”.

Ecco, Animamediatica desidererebbe volare come quella farfalla.

 


Postato da direttore il Venerdì, 18 dicembre @ 02:11:11 CET (76 letture)
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