
di Catia Larocca
PARTE PRIMA
Ad ogni uomo è concesso conoscere se stesso ed essere saggio.
(Eraclito)
Definizione
L’autostima è un concetto molto ampio presente in diversi contesti da quello letterale, filosofico a quello psicologico.
Nel Vocabolario della Lingua Italiana è definita come l’opinione, la considerazione, il credito che si ha di sé, un generico giudizio di valore sulla propria persona. Il suo contrario equivale al disprezzarsi, al deprimersi, all’umiliarsi.
Nella letteratura psicologica sono riportati concetti che le si avvicinano, come il concetto di “locus of control” e quello di “self-efficacy”.
Il concetto di locus of control nasce all’interno della teoria dell’apprendimento sociale (Rotter, 1954). Quando una persona riceve un rinforzo, positivo o negativo, può percepire quest’ultimo come dovuto a diversi motivi: al proprio comportamento, a qualcosa che dipende da sé, o invece a qualcosa al di fuori del proprio controllo, come ad esempio la fortuna, il destino o l’azione di altre persone. Nel primo caso Rotter parla di locus of control interno, nel secondo di locus of control esterno. Tali diverse percezioni del rinforzo partecipano anche alle aspettative che si vengono a creare rispetto alle proprie capacità di influenzare gli eventi. Inoltre, il locus of control esterno è stato apparentato al concetto di impotenza, quello interno a quello di competenza.
La self-efficacy è definita come la capacità delle persone di esercitare un controllo sugli eventi che riguardano la propria vita.
Linee teoriche
Wells e Marwell (1976) notarono che William James fu il primo a discutere il costrutto dell’autostima, seguito dai teorici psicodinamici Freud, Adler, Horney e Sullivan e poi successivamente dai teorici umanisti Maslow e Rogers. Dopo i teorici umanisti, il campo della psicologia sociale sperimentale contribuì significativamente alla concettualizzazione e misura del costrutto (Deaux, 1972; Silverman, Ford e Moranti, 1996). Nonostante i ricercatori di psicologia sociale continuino ad esplorare le questioni di base dell’ autostima, i processi clinici sono il focus della maggior parte del lavoro contemporaneo sull’autostima.
James (1890) considerò l’autostima come un processo valutativo; egli affermò che l’autostima, al suo livello più semplice, potrebbe essere misurata come la motivazione al successo di una persona o delle sue aspirazioni. Le aspirazioni sono considerate come obiettivi, propositi o scopi mentre i successi costituiscono la percezione del raggiungimento di quegli obiettivi. Quando le persone superano le loro aspirazioni, la motivazione diventa maggiore e l’autostima diventa corrispondentemente più forte. Le aspirazioni aggiungono una componente di vulnerabilità all’autostima nelle aree in cui l’individuo si prefigge di essere più competente. Se la persona percepisce di non raggiungere l’obiettivo, oppure perde nel confronto con gli altri nello stesso scenario di aspirazioni, l’autostima soffre. La consapevolezza di difetti in un’area che non era importante per l’individuo, tuttavia non determina una svalutazione del valore personale.
In contrapposizione a James, Freud (1917, 1986), collegando il concetto di autostima a quello di depressione, considerava una diminuzione dell’autostima come un fattore chiave che distingueva il lutto dalla depressione e malinconia; nel lutto il mondo sembra cupo, mentre nella depressione l’animo appare cupo. Più specificatamente secondo Freud, la depressione è uno stato emozionale risultante dalla perdita attuale o percepita di un oggetto o persona desiderata. Nel corso dello stato depressivo, l’individuo vulnerabile alla malinconia presenta rabbia verso l’oggetto perduto e dirige verso di sé la rabbia causata dalla perdita dell’oggetto. Questo dirigere la rabbia verso di sé e la conseguente auto-colpevolizzazione compromette l’autostima della persona. La ridotta autostima è pertanto una caratteristica della depressione.
Anche gli psicologi umanisti come Rogers e Maslow teorizzarono sull’autostima.
Per Abraham Maslow l’autostima è una tra i bisogni fondamentali. Secondo questo autore (1986) infatti, si possono individuare sei fasi successive nello sviluppo delle motivazioni, andando dalla più elementare e basilare alla più complessa ed elevata:
1) Bisogni fisiologici: la necessità di soddisfare il bisogno di acqua, di cibo, ect., è la prima motivazione a scattare dopo la nascita, e l’individuo mira a soddisfare di volta in volta il suo bisogno attuale, per estinguere i segnali di disagio.
2) Bisogno di sicurezza: si manifestano solo dopo che sono appagati i bisogni fisiologici, cioè se il bambino non avverte segnali di disagio. Corrispondono alla capacità di operare una distinzione fra sé e non sé, quindi ad un rudimento di identità, e si mostrano come una ricerca di contatto (anche solo visivo) e di protezione.
3) Bisogno di amore e senso di appartenenza: desiderio di ricevere e dare amore, che nasce solo dopo avere soddisfatto i bisogni fisiologici e di sicurezza.
4) Bisogno di autostima e prestigio: esigenza di avere dal partner in una interazione il riconoscimento di ciò che si fa e del risultato raggiunto.
5) Bisogno di auto-realizzazione e successo: corrisponde alla fase più elevata dello sviluppo e della comprensione di se stesso, raggiungibile solo dopo avere risposto alle esigenze delle fasi precedenti.
6) Bisogno di trascendenza: bisogno di superare i propri limiti, cercando di collocarsi in una prospettiva supra-individuale, di entrare a far parte di un mondo superiore ed essere partecipe del divino.
Il primo lavoro empirico sull’autostima venne introdotto da psicologi sociali sperimentali. In particolare, alcuni psicologi ricercatori sociali iniziarono a studiare l’autostima applicata all’idea di persuasione, cioè quanto i diversi livelli di autostima inficiavano la suscettibilità dell’individuo alla persuasione ( Silverman et al., 1966). Essi iniziarono ad esaminare diversi tipi di autostima come l’autostima cronica o di tratto versus una forma più transitoria o livello di stato dell’autostima (Wells e Marwell, 1976). Conseguente alla nozione di autostima di stato, alcuni ricercatori iniziarono a studiare, in esperimenti controllati, gli effetti di livelli di manipolazione dell’autostima (Deaux,1972).
Nello stesso periodo, l’attenzione di Rosemberg (1979) differiva dagli altri psicologi sperimentali poiché egli lavorava su una base teorica più unificata (Wells e Marwell, 1976). Rosemberg, come James, considerava l’autostima come una porzione valutabile del concetto di sé che permette all’individuo di mantenere un orientamento positivo o negativo verso di sé (Rosemberg, 1979). In contrapposizione a James e Freud, tuttavia, la sua base teorica era più sociologica ed evolutiva. Il suo lavoro sull’autostima si concentrò sulle differenze tra gruppi razziali e sulle differenze nell’autostima in diversi stadi evolutivi.
Seguendo un approccio cognitivista per Carlo Meazzini l’autostima rappresenta il concetto di sé, insieme di informazioni in nostro possesso e che ci riguardano. In genere queste informazioni hanno due fonti. La prima consiste nei risultati, scolastici, accademici, sentimentali, sociali, ecc. che la persona avrà raggiunto grazie alle azioni che avrà seguito. La seconda fa riferimento a quanto gli altri hanno detto sulla nostra persona, nel bene e nel male. L’insieme di queste informazioni vengono a questo punto valutate. È il risultato di queste valutazioni che va sotto il nome di autostima. Essa può essere elevata oppure no.
Ma come determinarne il grado? Necessariamente il soggetto deve avere dei criteri, mediante i quali valutare se stesso e quantificare il grado di autostima.
Questi criteri sono inizialmente esterni alla persona. Consistono in confronti che si effettuano con i compagni di studio, di gioco, ecc., nella valutazione che ognuno esegue a riguardo dei risultati ottenuti in diversi settori, nelle opinioni che la persona pensa che gli altri nutrono nei suoi confronti, con particolare riferimento a quelle figure che assumono per essa un’importanza notevole.
In un secondo momento i criteri esterni cedono il passo a quelli interni. È la persona, cioè, a valutare se stessa confrontandosi con quel che vorrebbe essere. Nella psicologia tradizionale ciò va sotto il nome di confronto con il “Sé Ideale”.
È la distanza tra così come ci si vede e come si vorrebbe essere a fornire la base per l’autostima. Cosicché, se la distanza è relativamente ridotta, il soggetto potrà affermare di possedere un livello elevato di autostima; al contrario, se la distanza sarà piuttosto elevata, questi dovrà pervenire a conclusioni opposte.
L’autore inoltre, indica due tipi di errori che possono essere commessi nel valutare se stessi, errori che trovano la loro rappresentazioni quasi teatrale nella cosiddetta “ faccia di bronzo” e nella persona impacciata e piena di inibizioni.
I primi paiono stimarsi eccessivamente e nel contempo sottostimare gli altri. Se il loro stile non verrà modificato questi andranno incontro ad un numero davvero imprecisabile di frustrazioni o meglio di sconfitte sul campo, più o meno coscienti. Lo sbaglio commesso da chi, invece, si pone al polo opposto presenta, a sua volta, due versanti: da un lato lo condurrà a sottostimarsi in tutti o quasi i settori della sua operatività e della sua esistenza; dall’altro, lo indurrà a sottrarre importanza ai risultati positivi ottenuti, attribuendoli ad eventi esterni da lui non controllabili. In altre parole si sarà costruito una cintura protettiva, fatta di pensieri e azioni che gli confermeranno di essere il brutto anatroccolo.
Aspetti evolutivi dell’autostima
I rudimenti dell’autostima hanno origine nell’infanzia. Secondo Fenichel (1945), per esempio, “il primo rifornimento di soddisfazione dal mondo esterno, il rifornimento di nutrimento, é contemporaneamente il primo regolatore dell’autostima” (cit. …). Inoltre, poiché le necessità del neonato possono solo essere soddisfatte da altri, l’autostima è fortemente mediata dalla relazione interpersonale. Nel discutere tale mediazione interpersonale, Blank e Blank (1974) hanno notato che l’autostima emerge attraverso l’internalizzazione dell’affetto parentale combinato con esperienze favorevoli di successo nella competenza del neonato.
Le influenze interpersonali sull’autostima possono essere concettualizzate in termini di teoria dell’attaccamento, e infatti i risultati suggeriscono che l’autostima è mediata nei neonati da una storia di attaccamento (Egeland e Sroufe, 1981;Waters, Noyes, Vaughn e Ricks, 1985). Accenniamo brevemente la teoria dell’attaccamento di Bowlby.
Secondo questa teoria nell’uomo c’è la tendenza a stabilire legami affettivi stretti (attaccamento) con alcune persone (figure di attaccamento), dalle quali ci i aspetta protezione in situazione di pericolo, dolore o solitudine. Questa tendenza è già presente nel neonato e permane durante tutto l’arco della vita.
In genere, le prime figure di attaccamento sono i genitori, i quali però possono essere sostituiti, nel coso degli anni, da qualunque altro membro del gruppo sociale, purché in grado di offrire protezione al momento del bisogno.
Nei primi anni di vita, se le figure di attaccamento rispondono in maniera adeguata alle richieste di protezione del bambino, consentono la costituzione di una base sicura su cui poggeranno le successive fasi di sviluppo; viceversa, se le risposte non sono soddisfacenti, la base sarà instabile e facilmente lo sviluppo del bambino potrà deviare dalle tappe fondamentali.
Il comportamento di attaccamento mostrato da un bambino, è riconducibile ad uno dei quattro schemi principali ed è profondamente condizionato dal modo in cui i genitori lo trattano:
1) Attaccamento sicuro;
2) attaccamento ansioso-ambivalente;
3) attaccamento ansioso-evitante;
4) attaccamento disorganizzato-disorientato.
· Il primo schema, detto dell'attaccamento sicuro, si ha quando il bambino è fiducioso che i genitori gli mostreranno sempre comprensione, disponibilità e protezione nelle circostanze avverse. La sicurezza che gli deriva dall'atteggiamento dei genitori, lo spinge ad esplorare l'ambiente circostante con tranquillità e a mettere alla prova le sue capacità. Lo schema viene favorito da genitori che si mostrano sensibili ai segnali del bambino, disponibili e amorevolmente pronti a rispondere quando il bambino cerca conforto o protezione.
· Il secondo schema, detto dell'attaccamento ansioso-ambivalente, si ha quando il bambino non ha la certezza che i genitori saranno sempre disponibili e protettivi nelle circostanze avverse. Questo tipo di bambino, in genere, è morbosamente attaccato ai genitori, mostra un forte disagio durante la separazione da loro e, spesso, ha paura di esplorare l'ambiente circostante. Lo schema viene favorito da genitori che in alcune occasioni si mostrano disponibili e protettivi mentre in altre no, e che, talvolta, usano la minaccia d'abbandono come mezzo di controllo.
· Il terzo schema, detto dell'attaccamento ansioso-evitante, si ha quando il bambino non ha alcuna fiducia che le figure d'attaccamento si mostreranno comprensive, disponibili e protettive nelle circostanze avverse, anzi si aspetta di essere ignorato o rifiutato. Questo tipo di bambino si sforza di vivere la sua vita senza alcuna aspettativa d'amore e di sostegno da parte degli altri. Lo schema viene favorito da genitori che mostrano costantemente di respingere il figlio quando si avvicina nel tentativo di cercare conforto o protezione.
· Il quarto schema, detto dell'attaccamento disorganizzato-disorientato, si ha quando il bambino si comporta in maniera disorganizzata e contraddittoria, spesso dando nello stesso momento messaggi opposti. Questo tipo di bambino di solito, è vittima d'abusi o abbandoni. Lo schema viene favorito da genitori che hanno problemi gravi (per esempio, alcolismo, tossicodipendenza o disturbo bipolare) e trattano il bambino in maniera imprevedibile, bizzarra e talvolta violenta.
In genere ogni schema di adattamento, una volta sviluppatosi nei primi anni di vita, tende a persistere. I motivi della persistenza sono essenzialmente due:
· il modo in cui i genitori trattano il figlio tende a rimanere costante;
· ogni schema tende ad autoperpetuarsi (infatti, se un bambino è sicuro, è anche più felice e meno esigente, suscitando, così, risposte positive nei genitori; se, invece, un bambino è ansioso-ambivalente, è anche piagnucoloso e attaccato morbosamente ai genitori, suscitando in loro risposte negative).
I bambini che mostrano un attaccamento sicuro ad un anno di vita, in età successive avranno buone prestazioni scolastiche e buoni rapporti con i coetanei, mentre quelli che alla stessa età mostrano un attaccamento ansioso-ambivalente, in età successive tenderanno ad avere cattive prestazioni scolastiche e a mostrarsi aggressivi nei confronti dei coetanei.
Uno schema di attaccamento sicuro si accompagna con buoni livelli di salute mentale ed in particolare con:
▪ alti livelli di autostima;
▪ bassi livelli di depressione;
▪ bassi livelli di aggressività;
▪ scarsa presenza di comportamenti devianti;
▪ bassi livelli di disagio psicologico;
▪ alto gradimento per la vita che si conduce;
▪ buona accettazione da parte dei coetanei;
▪ percezione di un adeguato sostegno da parte degli altri;
▪ elevata autonomia e fiducia in se stesso.
Inoltre, i bambini che vengono valutati con una più alta autostima non solo sono bambini con un attaccamento sicuro, essi vengono anche identificati come più sicuri di sé, curiosi, e persistenti nella risoluzione dei problemi. Al contrario, i bambini che mostrano un modello di attaccamento insicuro o più evitante evidenziano un maggior grado di depressione e di deficit di autostima (Sameroff e Emde, 1989).
Attraverso una selezione da una serie di orientamenti teorici, Becker (1979) ha sinteticamente sottolineato che le difficoltà evolute nelle relazioni interpersonali possono portare a una compromissione nell’autostima che, a sua volta, può predisporre alcuni individui alla depressione. Becker (1979) descrive l’autostima come un “prodotto cognitivo-affettivo” dei processi di auto-valutazione che inizialmente originano dal modello di attaccamento del neonato alle figure importanti che se ne prendono cura. Tratto dal lavoro di Bowlby (1977), Becker nota che quando l’attaccamento del neonato al genitore non è sicuro, esso ostacola la capacità di individuare e cercare gratificazioni da altre fonti diverse dal genitore. La difficoltà del bambino di soddisfare i bisogni importanti esita nell’esperienza di frustrazione e ansia. Becker specula sul fatto che quando il bambino non è in grado di esprimere questa frustrazione, l’autostima viene ulteriormente intaccata con conseguente aumento della vulnerabilità a diversi disturbi come l’ansia e la depressione. Questo ricercatore ha anche applicato un elemento della triade cognitiva di Beck (1967), la visione negativa del sé, per suggerire quanto i pregiudizi cognitivi negativi possano mantenere ed esacerbare la bassa autostima generata dalle precoci esperienze infantili. Cioè, il filtro selettivo delle esperienze in modo negativo continua ad intaccare la già scarsa autostima dell’individuo.