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Costume e società: UNA NOBILE UMILTÀ

Postato il di direttore

Costume e società

 

 

di Erica Di Francesco

 

Steso tra la seta grigia di questa domenica calda , fuori dal tempo e dallo spazio, con un colorito spento e senza espressione se non quel sopracciglio corrugato che mostra solo la sofferenza fisica e la voglia di poter parlare, quando ormai il fiato non da più aria ai polmoni ne alle corde vocali per farle vibrare.

 Intorno a lui tante piccole donnine alcune sofferenti,  alcune come prezzolate, con quello sguardo di chi sa che non c’è niente da dire.

 Il mio pensiero penetra la  mente e si staglia lì, davanti ai suoi occhi chiusi ma pur sempre aperti, l’ illusione di vederli ancora capire quelle fresche parole nella sera tra il fruscio che fanno le foglie.

Forse la verità che ci accomuna tutti è che “non solo non bisogna vantarsi delle proprie sciagure, ma guardarsi dal confessarle, e ciò anche a quelli a cui sono notissime. Se ne perde, non solo la protezione, o l’amore efficace, ma eziando la semplice affezione” (5 maggio 1822 dallo Zibaldone di G. Leopardi): il senso dell’ onore consiste nell’opinione personale che ognuno ha di se stesso, e si distingue da quello antico, che mirava ad una gloria popolare. L’onorabilità dei moderni si riduce cosi ad un nulla. E’ forse per questo motivo che Dio lo ha lasciato tacere o forse lo ha voluto lui: lì da quattro lunghi anni senza più proferire una parola senza neppure poter dire:  “ho sete”.

Non ostante tutto continuo a chiedermi cosa farebbe un qualsiasi uomo la sera prima di morire? Da qui la mia domanda: “cosa faresti stasera se tu sapessi che domani mattina morirai?”.

Lascio immaginare le risposte più disparate ma molte hanno in comune il senso di abbandono alla follia, quella stessa follia che hanno cercato fino a quel momento di reprimere come se ognuno di loro non aspettasse altro ogni giorno che sfidare la morte.

Dall’anziano al giovane il brivido non manca: chi si lancerebbe verso il San Siro con un aereo, chi vorrebbe correre in macchina fino in montagna per poi precipitarsi sulla pista più spericolata da sci, moltissimi vorrebbero essere ubriachi, drogati e lasciarsi andare ad un ultima notte di sesso con chiunque, anche con una prostituta, in mancanza d’altro; rifletto e mi chiedo perché? Perché dare l’addio alla vita nel peggiore dei modi possibili? Quasi senza essere consci di ciò che accade, come se il trapasso lo si volesse anticipare con qualche bravata per il gusto di dire : “morte ho vinto io”.

Rara la risposta che riguarda gli affetti, come salutare i propri cari in un gioviale banchetto; i più sinceri forse, hanno detto che semplicemente si abbandonerebbero ad un sonno o sogno profondo e solo una persona ha detto che pregherebbe perché nella sconfitta più grande rimane, che si creda o no, la fede; altra risposta singolare è stata l’idea di abbandonare tutti per morire tra le braccia dell’ amata.

Mi chiedo a questo punto: colui che non può scegliere? Colui che è li muto come uno scoglio intorno al quale si infrangono lacrime imbevute di rassegnazione, lui cosa pensava il giorno prima di morire? Quando ormai sapeva che la sentenza era di poche ore cosa avrebbe voluto fare lì nell’ immobile rumore dei suoi soli pensieri?

La bellezza della natura nasconde un orribile mistero: “Arcano è tutto, fuor che il nostro dolore. Negletta prole nascemmo al pianto, e la ragione in grembo de’ celesti si posa.”, Leopardi vuol polemizzare con la religione cristiana e forse vuol farci intendere che la bellezza e la giovinezza sono un male, visto che poi ci vengono tolti; allora è qui la mia risposta, forse tra le grigie lenzuola della bara che  lo accoglieva lui pensava al passato, a quella giovinezza che tanto lo ha fatto sentire vivo e che in quel momento tanto lo faceva sentire morto; se lo conosco bene credo che si, lui avrà pregato, per noi che rimaniamo e per se stesso, perché era un cristiano.

L’ indomani una banda vestita di rosso suona la marcia funebre, tante persone intorno, giovani , vecchi e bambini, per rispetto dei presenti ancora vivi o per affetto al non più vivo.

 Immensa la vanità di tutti quei “mi dispiace”, di tutto quel parlare inutile, di tutta quella musica e quel sole che splende per salutare una tra le persone più nobili d’animo e più umili in vita: mio nonno che  fu semplicemente un onesto contadino.

 

 


 
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