sezioni
Animamediatica
Letteratura e poesia
Teatro
Cinema
Radio e televisione
Musica e danza
Arte e grafica
Fotografia
Sport
Psicologia
Antropologia
Web & I.A.
Viaggi
Famiglia e minori
Salute e benessere
Costume e società
Attualità e altro

Inserisci un articolo
   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
lingua


   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
stream
Visualizza audiovisivi
Inserisci audiovisivi
   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
community
Chat
Calendario eventi
Annunci
   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
info
Chi siamo
Contattaci
Faq
Partners
Link
   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gallery
Fotografia
Foto
Invia foto
   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sport: ULTRA ULTRA’

Postato il di direttore

Sport

 

Gli scontri di domenica 11 novembre 2007, in via Guido Reni, a Roma

 

di Francesco Frigione

 

1) Una definizione di “ultrà”

Come tutti sanno, la parola ultra è latina e in italiano si traduce con  “oltre”; sta ad indicare, cioè, quanto va aldilà, esubera, tracima, oltrepassa la misura o il confine già stabilito.



Applicato al genere delle appartenenze ideologiche e delle fedi politiche e religiose vanta una storia secolare, poiché ha definito già gli ultrarévolutionnaire e gli  ultrapatriote della Rivoluzione Francese e, poi, gli ultra-royaliste della Restaurazione, giù fino a scendere al passato più recente, quando ha indicato l’oltranzismo nazionalista della Guerra d’Algeria e, anche nel nostro paese, l’estremismo politico di destra e di sinistra. L’autoproclamazione come Ultras delle frange più bellicose delle tifoserie sportive è, dunque, solo l’ultimo anello di una lunga catena saldata nello spirito di corpo assolutistico e, spesso, fanatico.

E’ interessante notare che, sul piano lessicale, sentirsi un ultrà (il francesismo è stato acquisito nel gergo comune) implica il varcare una frontiera già vaga ed estrema, che contraddistingue il vissuto del tifoso. Il termine deriva dal greco tufoV, “fumo, vapore; fantasia; febbre con torpore” (cui fa riferimento il latino typhus “superbia”), come segnala il vocabolario della lingua italiana della Treccani. Insomma, l’essere tifoso presuppone già uno stato di ottenebramento psichico, paragonabile allo stato morboso di chi è colpito da una grave malattia virale, il tifo appunto. In questo stato brumoso della mente, senza dubbio, dominano immagini psichiche primordiali, alle quali si associano quelle potenti correnti emotive di entusiasmo e scoramento, paura e ardore, da cui, allo stadio, lo spettatore si sente incessantemente percorso.

        Eppure il tifoso che ama lo sport sa di essere ammesso ad un grande mistero, amministrato dallo svilupparsi del gioco - una dimensione di fragrante vitalità, ricca di affascinanti creazioni, in grado di tenere insieme la dimensione agonistica e l’invenzione stilistica, l’intelligenza tattica e strategica. E’ l’arte della guerra senza la guerra quella che viene sciorinata sul campo nel rito calcistico, non solo in esso – è chiaro – ma soprattutto in esso. Lo scontro tra due compagini prevede il liberarsi negli spettatori delle vibranti emozioni correlate a quel fondamentale funzionamento dei gruppi umani che lo psicoanalista Wilfred Bion chiamava di “attacco-fuga”. L’altro è il simile, il doppio, da cui proviene il pericolo, che fa rabbrividire e minaccia il proprio suolo, la propria dimensione materna originaria. Da un tempo di gioco all’altro [45 minuti, per casualità (?) il tempo esatto di una seduta analitica!], la direzione in cui procede l’attacco e si schiera la difesa s’inverte: le squadre si insediano nella metà campo che in precedenza era stata dell’avversario, ritualmente mostrando che le ragioni dell’una e dell’altra si equivalgono, si compenetrano.  Nello stesso tempo l’altro è indispensabile a sperimentare la trepidazione, l’orgoglio della sfida, l’ammirazione, il gusto di intraprendere un confronto, una disputa, nella quale il gesto individuale e quello collettivo si tendono la mano, si necessitano reciprocamente.

        In un certo senso la dinamica che sostiene l’esibizione muscolare (ma non dimentichiamo anche la sagacia tattica o strategica) dell’ultrà-guerrigliero urbano è simile ma, al contempo, opposta e contraria alla dinamica del piacere del gioco. Il gioco, infatti, rappresenta esattamente l’antitesi terapeutica, il contraltare creativo, l’espressione trasformata e sublimata dello scontro fisico brutale. Per molto tempo le loro logiche possono viaggiare contigue, ma, prima o poi, verranno a cozzo, entreranno in intimo e decisivo conflitto. Questo è il motivo per cui, ieri pomeriggio, nello stadio di Bergamo, malgrado la manifesta volontà dei calciatori e di buona parte del pubblico di continuare l’incontro tra Atalanta e Milan, la minoranza violenta degli spettatori ha imposto la sua logica: la fine del gioco, il suo azzeramento. Questo ha segnato il conseguimento di un fine preciso e per nulla casuale: far assurgere a protagonisti del match non gli atleti ma gli ultrà stessi.

        Dico subito che, a mio parere, e per ragioni, è evidente, del tutto indipendenti dai rilevanti interessi economici che gravitano intorno al mondo del calcio, la tesi sostenuta da vari opininionisti d’interrompere il campionato, in attesa di un’auspicabile soluzione del problema della sicurezza, mi appare non solo destinata a dimostrarsi inefficace, ma, addirittura, nociva e controproducente: significherebbe concedere a una frangia, abbandonatasi a metodi di lotta nichilisti e distruttivi, un potere ancora più ampio di ricatto e di messa in scacco dell’intera società. 

        Se il problema attenesse soltanto alla sfera della sicurezza negli stadi e dell’opzione tra gioco o non gioco sarebbe, tutto sommato, enormemente più elementare e meno drammatico da affrontare e risolvere di quel che a me sembra. No, io non credo, purtroppo, che la questione risieda in questo dilemma, anche se lo comprende.

        Inquadrerò, pertanto, l’argomento nei termini che gli ritengo più appropriati. Partirò, per prima cosa, dagli avvenimenti di ieri, domenica 11 novembre 2007: l’omicidio, probabilmente involontario, ma non per questo meno tragico, che un poliziotto ha compiuto di un giovane tifoso laziale, in Toscana, ai bordi dell’Autostrada del Sole; gli incidenti interni ed esterni allo stadio di Bergamo, nei quali bande organizzate di facinorosi hanno compiuto devastazioni e le susseguenti cariche di polizia, durante le quali sono stati colpiti dalle forze dell’ordine anche tifosi assolutamente inermi; le orde di ultrà che hanno spadroneggiato per Milano; e, per finire, gli assalti serali al Coni e alle caserme di polizia e carabinieri, che hanno messo a ferro e fuoco due quartieri di Roma.

 

2) Violenza e repressione: giungere ad una rappresentazione di sé nel collettivo

        La dinamica della morte del giovane ventottenne romano, Gabriele Sandri, sostenitore della Lazio, seduto all’interno della sua auto nel parcheggio dell’autogrill di Badia al Pino, nei pressi di Arezzo, è ancora tutta da verificare. E’ chiaro, però, sin dalle prime dichiarazioni ufficiali, che il poliziotto trentenne (quasi coetaneo, dunque, della vittima) che ha esploso il colpo, ha commesso un errore gravissimo e ferale, dato che, a quanto si legge dai quotidiani, pare che il suo intento fosse quello di sedare una rissa tra tifosi, accesasi nell’area di sosta collocata ai margini  della carreggiata opposta dell’A1, un parapiglia forse scambiato addirittura per una rapina! Le autorità, questore competente e, in primis, lo stesso Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, hanno subito voluto sgomberare il campo da possibili sospetti di complicità e copertura del poliziotto, asserendo che l’indagine procederà nel solco della massima obiettività e neutralità. Ce lo auguriamo tutti ed è quanto, per altro, dovrebbe accadere di norma in una nazione rispettosa dei diritti dei cittadini, chiunque essi siano. Il fatto è che in Italia, risaputamente, regnano le consorterie, le corporazioni e le “appartenenze” di casta e trasversali. Questo induce l’opinione pubblica, più o meno a ragione, a dubitare tout court e sovente preconcettamente della rettezza degli inquirenti. D’altronde, le indagini che sono seguite ai fatti del G8 di Genova e le polemiche ancora in corso in sede di giudizio, così come le manovre politiche e le lotte intestine relative ai casi dei magistrati De Magistris e Forleo, che hanno suscitato scalpore e inquietudine nel paese, non depongono affatto bene: vengono a sedimentare un sospetto ampio, quasi sistematico, sull’iniquità del sistema giudiziario e del potere socio-politico, che intacca le basi stesse della fiducia dei cittadini nello stato, e non da pochi anni. Mi hanno molto colpito, al riguardo, le dichiarazioni rabbiose, emesse a caldo di un parente della vittima, Gabriele Sandri, davanti alle camere dei telegiornali: in particolare un “ditelo, adesso, chi è stato ad uccidere, se ne avete il coraggio!” (cito a memoria), già pregno di risentimento nei confronti dei media, considerati dipendenti e proni alle direttive dei poteri forti, siano essi economici, o siano il sistema esecutivo o giudiziario. A me pare che qui già ci s’imbatta un punto dirimente del problema: che sentimenti dimorano nella maggioranza delle persone che non detengono uno specifico potere (diretto o indiretto), nel nostro Paese? Non è una novità che aleggi un dissenso diffuso, un rigetto anche populistico e facilone, ma non certo immotivato, nei confronti delle sempre più inaccessibili ed embricate consorterie del potere. In realtà le forme di acquisizione di status e di influenza appaiono sempre meno perscrutabili, comunque poco correlate alle capacità individuali di esprimere competenze, soprattutto di ordine intellettuale. E’ banale, ma quanti sono coloro che oggi si sentono di poter affermare che lo studio, l’impegno, l’affinarsi degli strumenti dell’intelligenza e della cultura, la scelta di una strada che ci pertiene profondamente, una strada, dunque, della quale avvertiamo il senso e la consonanza profonda, siano fonte di soddisfazione e di successo nel nostro contesto sociale? A dire il vero io ritengo che ciò valga ancora per pochi spiriti forti, estremamente convinti e appassionati, o per coloro che muovono i propri passi da posizioni socio-economiche già di favore e privilegio. Assai meno vige questo indirizzo per sempre più vasti strati della popolazione. Forse e all’incirca, nei fatti si è sempre verificato un fenomeno del genere, ma, probabilmente, in passato, esso ha influenzato meno l’impostazione ideale della società. E’, dunque, la mentalità condivisa che io percepisco mutata: è come se, dagli anni settanta-ottanta in poi, trovandosi la società italiana ad un bivio, si sia orientata, per ragioni complesse e molteplici, verso una condiscendenza al facile successo e alla soverchieria, ad una ricerca del riconoscimento e del consenso con metodi truffaldini, seguendo le vie brevi dell’astuzia miope e ignorante, rinunciando a produrre analisi più complesse e meno istantanee della realtà. In questo senso, gli epocali cambiamenti politici e sociali, seguiti alla caduta del muro di Berlino e all’ingresso nella competizione economica mondiale delle nazioni dell’estremo oriente, ha stimolato il sorgere di una serie di reazioni semplicistiche e paranoidi ed un disimpegno, o un brancolamento nel buio, di coloro che avrebbero, per tradizione storica e intellettuale, dovuto tracciare i contorni di un pensiero più sofisticato, utile ad affrontare le convulsioni in atto. Aldilà del terremoto politico-giudiziario che ha ingoiato nelle sue rovine il vecchio assetto politico, si è modificata, frattanto, anche la mappa del potere, con la nascita di nuove concentrazioni politico-finanziarie che hanno messo saldamente le redini all’imprenditoria, in special modo all’industria editoriale e al mondo della comunicazione e dei media. Progressivamente, il sentire comune ha registrato che i veri vincitori dell’attuale temperie sociale sarebbero coloro che di questo mondo, totalitariamente capitalistico e iperinfluenzato dai messaggi mass-mediatici,  hanno colto l’osso, l’essenza più estrema e più meschinamente utilitaristica (l’ultraessenza, potremmo dire): imparare a sfruttare, più o meno, mascheratamene l’altro, farsi spalleggiare e proteggere da “amici” e da “amici degli amici”, prendere posizione e partito per meri vantaggi materiali immediati e, moltissimo, ad “apparire”, a far costantemente parlare di sé i media. A questa propensione, grondante paura, edificata sui pilastri della diffidenza e del sospetto, a questa corrispettiva ricerca della notorietà, della visibilità, come forma indubitabile di affermazione sociale, e dunque fine a se stessa, va ricondotto, in ultima analisi, il fenomeno “ultrà”. L’ideologia anarcoide-fascista dei suoi attori, che dista mille miglia da un anarchismo consapevole e maturo, è forgiata nel crogiolo di un sentimento d’insignificanza culturale e d’impotenza sociale doloroso, lancinante e pervasivo. Data la mia professione di psicologo non solo clinico, ma autore di progetti di prevenzione psicosociale e di formazione scolastica, ho potuto toccare con mano il difficile vissuto di molti giovani della periferia, per niente ottusi, anzi, di sovente sensibili e inquieti, ma frustrati dalla convinzione di mancare d’incidenza sulle dinamiche sociali, dall’avvertirsi marginali, residuali, feccia del contesto sociale, dall’appartenere ad un mondo di esclusi, più per condizione culturale che strettamente economica.  Partecipare ad azioni squadristiche, amalgamate dalla ripetizione ecolalica di slogan violenti e razzisti e dal reciproco sostegno negli scontri fisici con le altre tifoserie o i “celerini”, per loro significa “esserci”, “contare”, produrre effetti visibili e inconfutabili nel teatro sociale. Significa fare esperienza vitale e diretta di sé non solo nell’eccitazione dell’ultraviolenza (come la definirebbe l’Alex di Arancia Meccanica), ma anche nell’occupare spazio del territorio cittadino, tenendone per un momento in pugno i centri nevralgici, e nello spazio virtuale dei media, che, inevitabilmente, amplificano la portata e la risonanza delle loro gesta. Diventare famigerati significa comunque assurgere a notorietà, dunque a rilevanza e valore. Rivendicata l’identità negativa, assunta come una maglia o una corazza, ribaltatala in un motivo di orgoglio, come accadeva al pirandelliano jettatore della Patente, gli ultras si accaparrano, per un istante, quel potere che, altrimenti, sentirebbero di dover solamente subire. Deficitando di un sentimento di appartenenza sociale e di obiettivi di classe, deprivati di un senso di affinità ideale e spirituale con altri individui, cercano di raggiungere l’esperienza dell’affratellamento e della significatività personale, come possono. Si alimentano di un’epica che inneggia al conflitto costante – una specie di epopea da tramandarsi per racconti orali o blog, magari testimoniata dallo scatto fotografico di un telefonino o dalla registrazione di una telecamera,  che immortalano l’autore mascherato mentre produce i suoi danni o si getta a capofitto in una rissa; la creazione immaginifica e dispersa di una sorta di Iliade dei reietti, degli esclusi, orbi dalla gloria duratura della poesia, ma pur sempre innervati da un vitalismo disperato, da un bisogno irreprimibile di affermare: “eccomi, io esisto: ora prova a ignorarmi, se ci riesci!”.

Essere un componente degli Ultras significa, dunque, ancora “essere”, afferrare un appiglio ad un passo dalla caduta nel baratro, dalla crisi assoluta dell’identità, dal polverizzarsi dell’ultimo legame di appartenenza sociale.

        Siccome, però, il potere acquisito in questo modo risulta essere effimero ed illusorio, la violenza va rinnovata, estesa ed accresciuta. Inoltre, essa deve convergere verso un bersaglio, l’apparato repressivo dello stato, che è per loro l’aspetto palpabile, riconoscibile e fronteggiabile del sistema di esclusione sociale, in realtà situato altrove, in meccanismi socio-culturali molto più difficili da riconoscere e scardinare, dato che richiederebbero competenze culturali fini e articolate. Il potere di esclusione e repressione è stato, in effetti, potentemente introiettato nelle profondità psichiche degli appartenenti alle frange degli Ultrà: ciò spiega il conforto che, temporaneamente, dona loro il profondersi in cori razzisti, il tracciare svastiche, il ripetere tiritere deliranti sulla propria appartenenza ad una supposta umanità superiore, proprio nel mentre si  celebra il rituale della propria esclusione sociale. Da questa disperazione dovremmo sentirci tutti toccati, feriti, amareggiati, rigettando la facile idea che essa sia un sentimento riservato a degli estranei rozzi e brutali, con i quali noi, ben più fortunati e superiori culturalmente, mai avremo a che fare, purché osserviamo la cautela di evitare gli stadi e le strade adiacenti.

 

3) Gli accadimenti di domenica 11 novembre 2007 e una riflessione sui valori

Dall’uccisione, avvenuta il 2 febbraio 2007, del maresciallo Filippo Raciti, a Catania, durante i sanguinosi scontri del derby Catania-Palermo, non sono trascorsi che dieci mesi. Ho la sensazione che gli ultrà di tutta Italia non attendessero altro che la tragica fine di un tifoso, per mano della polizia, per scatenarsi contro le forze dell’ordine, di cui spesso hanno denunciato la condotta, che essi sostenevano provocatoriamente sollecita allo scontro. Non v’è dubbio che ci siano stati colpevoli episodi di manganellate e percosse anche ad innocui e innocenti spettatori, sorpresi dalle cariche, o di eccessi deliberati nei confronti degli ultras stessi. Ho potuto io stesso vedere alla televisione, anche ieri, da Bergamo, inequivocabili immagini di persone sanguinanti, del tutto estranee alle violenze, colpite all’esterno dello stadio comunale dalle forze dell’ordine. Questo si verificava dopo che gli ultras avevano fatto il bello ed il cattivo tempo sugli spalti, spaccando tombini e vetrate e rendendo impossibile il proseguo della partita. Dalle strade di Roma, gli operatori de La Sette, sono riusciti a inviare solo qualche spezzone di video, dove, in risposta agli attacchi alle caserme e alla guerriglia stradale scatenata da sedicenti sostenitori della Lazio, la polizia non caricava soltanto per sciogliere gli assembramenti e arrestare i soggetti più pericolosi, ma si accaniva nel colpire ripetutamente anche coloro caduti già a terra, isolati e oramai incapaci di reagire. Non sarà una novità, non avverrà soltanto da noi, ma questo non rende tali comportamenti più accettabili, diciamolo chiaro. Altre riprese eloquenti degli operatori della televisione sono state loro sottratte dai poliziotti stessi, impedendone l’invio alla redazione televisiva. Se ne può intuire il perché. D’altro canto, il bilancio dei feriti tra le fila delle forze dell’ordine è stato ben pesante. Questo per dire che quando una società accetta di abbandonarsi quasi esclusivamente ad una logica repressiva, per arginare fenomeni che covano da tempo e hanno radici profonde, di certo non può più evitare una serie di aberrazioni, di abusi e di ingiustizie, che rinfocolano il risentimento di chi ne è oggetto. La nostra società vuole illudersi che quello degli ultras sia un mero problema di sicurezza, ma questa presa di posizione è sostanzialmente scorretta e fuorviante. Esistono fette consistenti di popolazione, caratterizzate da una palese debolezza culturale, che aspirano ad uno scontro sociale, non riuscendo a concepirlo se non nel segno della violenza eclatante, di un ribellismo sterile, che attira su di sé una pronta spinta repressiva. Ci deve essere chiaro che gli ultras sono il corrispondente italiano degli insorti delle banlieue francesi! Qualsiasi pretesto farà deflagrare un potenziale di rabbia esplosiva.

Sono propenso a credere che c’è anche chi può avere interesse a soffiare, con apparente candore, sul fuoco del cortocircuito sommossa-repressione; se è vero che il calcio è già ostaggio totale delle televisioni, è altrettanto vero anche che esso non si è ancora interamente tramutato in uno spettacolo virtuale, ad esclusivo consumo della platea casalinga: c’è chi, stoicamente, si ostina ad abbonarsi o a comprare il costoso biglietto di una partita, volendo  assistervi dal vivo. Stante, però, l’attuale condizione di marasma intorno ai campi di calcio, non è fantascientifico immaginare il completo risucchio del pubblico da quegli insidiosi catini, in cui chi vi si reca è esposto ad intemperie e canicole, costretto a sgomitare con altra umanità umorale e vociante, e si muove a proprio rischio e pericolo in una zona sempre più militarizzata. Anche l’ultimo spettatore potrebbe, così, venire delicatamente depositato in un molto più confortevole bar, fornito di schermo extrapiatto e subwoofer, nel placido salotto di casa o relegato al monitor del telefonino di ultima generazione. Ah, che pace sociale e che giro d’introiti superiore per i media!

Eppure, se tutto ciò realmente si verificasse (ma, con ogni probabilità, lo scenario appena adombrato è solo il costrutto di una fantasia maliziosa…), non credo che la quota di violenti che oggi ha eletto il calcio come proprio palco si placherebbe: cercherebbe, piuttosto, un altro contesto per straripare, forse in modo ancora più veemente, persistendo la mancata risposta a dei fondamentali bisogni affettivi e culturali di quegli strati di popolazione!

Dovremmo riflettere sul fatto che, probabilmente, ci siamo abituati a concepire l’inclusione sociale, ne più e né meno come gli Stati Uniti e l’Europa hanno guardato al nuovo possibile assetto del mondo, dalla caduta dell’Unione Sovietica in poi. I governi (ed anche molta parte dei popoli) occidentali hanno pensato che tutto il pianeta avrebbe anelato ad uniformarsi a un sistema capitalistico molto spinto, se non decisamente selvaggio, con organizzazioni statali di tipo liberista, accettando salari bassissimi ed altissimi costi sociali, senza che ciò producesse contraccolpi politici e sociali rimarchevoli in tutti i paesi. E’ stata soltanto l’ingordigia delle lobby economiche e la debolezza delle forze politiche a rendere questa prospettiva così agevolmente condivisa e, soprattutto, a farla sentire come ineluttabile, univoca e indiscutibile. Il “mercato” è stata l’ideologia che ha soppiantato tutte le altre ideologie, con una propensione vorace e assolutistica. Abbiamo ottenuto come risultato un mondo esacerbato da crescenti conflitti, sperequazioni e miseria, in cui astuti esponenti politici o religiosi hanno fomentato odio nei confronti delle libertà civili e della laicità degli stati, alimentando contrapposizioni esacerbate, guerre e terrorismi. Si è parlato di partecipazione al grande banchetto dello sviluppo mondiale, forse dimenticando che moltissimi non avrebbero potuto cogliere i frutti di questa floridità promessa, e, contemporaneamente, avrebbero dovuto navigare a vista in un vuoto repentino di valori, nelle spire di un avanzato degrado culturale, nell’implosione dei legami sociali e familiari, nella corrosione di un universo di riferimenti fisici, psichici, politici e sociali, prepotentemente spazzati via dal nuovo corso economico, mascherato, in taluni casi, da flebili democrazie. Questo passaggio, così mal governato, ha dato la stura a psicotici eserciti religiosi o a parodie di nazionalismi, a repressioni di massa, a mille conflitti, grandi, piccoli, sovresposti mediaticamente o ignorati e nascosti. Il fantasma dell’inclusione, vera soltanto per alcuni, per tanti ha rappresentato un inganno e una mistificazione e ha prodotto un’esclusione tanto intollerabile e perversa quanto quella già patita in passato. Sono montati, in tal modo, l’odio, il risentimento, il revanscismo. Qualcosa di speculare, sebbene su scala di gran lunga più ridotta, è accaduto all’interno del nostro paese, apparentemente attrezzato al cambiamento sociale e forte di una non indifferente tradizione culturale e politica. Ciò nonostante i problemi insoluti – oltre che sul piano pratico, nell’ambito della sensibilità sociale – generati dai flussi di diseredati, dalla carenza di legalità dallo sfruttamento sul lavoro, dalla crescente violenza sui più deboli, ci spingono a rivedere i canoni della nostra mentalità e le forme della partecipazione sociale e politica. Uguale atteggiamento ci richiede questa emergenza degli ultrà.

 

4) Ipotesi di un nuovo corso

Oso, in conclusione di questo articolo ed attingendo ad una certa dose di utopismo e presunzione, indicare delle possibili strategie di risposta a questo stato di cose. A qualcuno parranno forse fole o pii intendimenti, ma io sono propenso a credere nell’utilità di tratteggiare alcuni punti, che lentamente saprebbero, ne sono convinto, condurre ad una svolta, non solo in merito a questo limitato problema degli ultrà, ma ad una più vasto ventaglio di realtà sociali.

 

Per affrontare certe questioni, ovviamente, urge guarire dalla tipica tendenza italiana a oscillare tra inazione e laissez faire - scambiati per tolleranza (di per sé è già una brutta parola) - e reattività paranoidea: in eterna caccia di nemici e capri espiatori. Questa si scatena appena la nostra piccola sfera esistenziale viene turbata o, peggio, aggredita. Esaurite le reazioni immediate, i problemi vanno ripresi, sondati, indagati a fondo e lungamente, per apportarvi rimedi veri. Chi detiene il potere deve ricorrere costantemente al supporto di equipe di studiosi preparati, che hanno il polso della situazione, prima di propalare dichiarazioni e varare misure. Ma chi è responsabile nei confronti della collettività, dopo aver ascoltato, ha il dovere di agire in modo pienamente conseguente. A noi cittadini tocca, invece, vigilare con attenzione e piglio critico.

Dobbiamo consolidare, di conseguenza, la prassi quotidiana dell’analisi dei fatti, magari riscoprendo doti antiche, come la pazienza e il gusto per la qualità degli “oggetti mentali”, che ci aiutano a cesellare pensieri più complessi e interpretazioni più aderenti e lucide – anche dolorosamente lucide - della realtà cangiante, mutevole, e a volte urticante, che ci avviluppa. Questo compete a tutti noi, ripeto, ognuno adoperando i suoi talenti e limando i suoi strumenti. Siamo chiamati, perciò, a compiere un notevole sforzo non solo di accumulo informativo, ma di vaglio della qualità dell’informazione a cui ci abbeveriamo, poiché la cattiva informazione ci travia, ci confonde e ci depista. Apparteniamo ad un’epoca che ha scoperto la sistematica liquidità del reale, il suo essere incredibilmente fantastico e sfuggente. Siamo ben consapevoli di far parte di una realtà che si costruisce e viene costruita senza posa, nella quale noi stessi cambiamo in modo continuo, malgrado la nostra propensione a considerarci stabili e coesi nel tempo e nello spazio. Non disponiamo ancora, me ne abbiamo profondamente bisogno, dunque, di una cultura della trasformazione, vigente sul piano individuale e collettivo (e non la sua caricatura, utile agli interessi dei soli grandi gruppi economici, e a danno dei singoli cittadini e dei lavoratori): la trasformazione non implica un rifiuto del passato, ma un suo penetrare in un orizzonte nuovo e più vasto, una rimodulazione dell’identità, che riguarda tutti: i singoli, i gruppi, le organizzazioni e le istituzioni.

E’ prioritario, a tale scopo, valorizzare pubblicamente, in forma estesa e condivisa, la sensibilità e la finezza intellettuale, l’amore per la conoscenza e la comprensione dell’altro. Non è ammissibile che settori come quello dell’istruzione, delle arti e della scienza, della cultura in generale, debbano accontentarsi di briciole, limitarsi a sopravvivere annaspando e che coloro che dedicano la propria vita a questi interessi siano relegati ad una condizione socio-economica secondaria o difficile e a un’influenza sulla società infinitesimale, mentre privilegi di ogni sorta si accumulano nelle tasche di affaristi e manovratori politici. Un popolo non può scegliersi come guide, la falsità, la manipolazione, la furbizia e l’ignoranza e poi lamentarsi, vittimisticamente, delle rovinose conseguenze sociali che gliene derivano: deve tendere con nettezza verso altri valori, perseguirli rimboccandosi le maniche e attendere con pazienza i risultati del suo sforzo.

Penso, infine, che non sia affatto assurdo e velleitario batterci affinché questi orientamenti si affermino nell’arena sociale, diventando fonte di gratificazione per gli individui. Potremmo ben sostituire con qualcosa di più solido la ricerca della magia onnipotente della notorietà (a cui corrisponde la disperazione per la sua mancanza), o la sfrenata ambizione al controllo, al dominio sulle cose e sugli altri, al gusto della sopraffazione. Sono tendenze queste che scaturiscono da un oscura angoscia d’impotenza annidata, ab ovo, nel cuore dell’uomo e che viene accresciuta dalle deprivazioni affettive, dagli errori di un’educazione mediocre, conformistica e pavida – tesa a dissuadere dall’autonomia critica e a negare le qualità individuali - e dal perpetrarsi delle ingiustizie sociali, i cui guasti si trasmettono silenziosamente attraverso le generazioni.


 
Links Correlati
· Inoltre Sport
· News by direttore


Articolo più letto relativo a Sport:
Comunicato Stampa - I migliori insegnanti per i migliori studenti.

   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Article Rating
Average Score: 5
Voti: 2


Please take a second and vote for this article:

Excellent
Very Good
Good
Regular
Bad

   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Opzioni

 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 Invia questo Articolo ad un Amico Invia questo Articolo ad un Amico

   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Associated Topics

Attualità  e altroCostume e societàPsicologia



Progetto grafico simoneydesign :: Realizzazione grafica Medialabit :: Restyling e upgrade Medialabit e prontoservizi

Generazione pagina: 0.20 Secondi