ANIME SPUGNATE

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“RACCONTI DI FILIA ED EPISTEME”

 

ANIME SPUGNATE

L'eros nella filosofia di Lallo De Bonis

 

 

Perturbazione di linee a causa di un limone immerso nell'acqua

 

        di Ugo Derantolis

 

        foto di Francesco Frigione

 

«A quella riva che d’intorno bagna

 L’Ocèan vorticoso, arresta il legno 

E di Pluto ne’ regni atri penètra.

Nell’Acheronte là sgorgan Cocìto,

Ramo di Stige e Periflegetonte;

Quivi s’alza una rupe ove i due fiumi

Confondono le oscure acque sonanti.

 Lì giunto o prode, come or io t’ingiungo,

 Scava una fossa che da tutte parti Un cubito si stenda.

A quella intorno Spargi le libagioni a onor dell’ombre:

Di latte misto al mèl, di brun Lièo,

 Di chiara onda di fonte, e poscia, il tutto

Di bianca cere al polve cospergi.»

 

Omero, Odissea,  Canto X, - VV. 654-667, traduzione di Niccolò Delvinotti

 

 

 

Andando a Ischia

 

I)          IL VIAGGIO PER MARE: INIZIA L’AVVENTURA ANIMICA

        Oggi, a Roma, splende il sole e sul mio terrazzo – che m’illudo sia il pontile di una nave – già cinguettano passerotti e fringuelli. Nelle pareti del freddo febbraio si è aperta una crepa, da cui penetra una promessa di  primavera. La luce mi riporta indietro nel tempo, a un’estasi filosofica procuratami dal genio impareggiabile di Lallo De Bonis. 

 

 

        Un maggio di diversi anni fa, la storica comitiva di allievi del grande pensatore partenopeo si ritrovò sul molo di Mergellina, eccitata e gioiosa, pronta a  imbarcarsi per Ischia. Molti di noi, che avevano dovuto abbandonare la natia Napoli, vi convennero da altre città o, addirittura, dall'estero.

Un amico ci aveva invitati a trascorrere il fine settimana nella sua villa, adagiata su un verde clivo del paese di Casamicciola; quelli che non avessero trovato spazio in casa avrebbero alloggiato in una pensione vicina. Entrambe le costruzioni, scoprimmo poi con piacere, affacciavano sullo specchio blu cobalto del Golfo, incastonate di limoni e odorosi fiori dalle tinte fiammanti. 

Una coppia di amici, proveniente dagli Stati Uniti, giunse accompagnata da una nuova adepta, una dottoranda americana in filosofia, sorridente, flessuosa, slanciata, con gli occhi verdi colmi di meraviglia, una cascata  di capelli dorati e un sorriso disarmante: la sua bellezza mozzafiato non passò inosservata, persino al timido Lallo. In più, essendo figlia di italiani, padroneggiava perfettamente la nostra lingua, possedeva solide conoscenze e un’inestinguibile curiosità. 

Salimmo sull'aliscafo con la stessa energia della natura che ci invadeva i sensi: Napoli era una barca di luce che naufragava nel mare saporoso, nelle vele gonfie, nel cielo screziato di gabbiani, nella morbida caldera del Vesuvio, che incombeva verticale e poi si assottigliava - grigia, indaco, verde - nella Costiera sorrentina, fino a comporre l’estremità più meridionale del Golfo: Punta Campanella, da cui rimirava le guglie di Capri, gotica cattedrale di roccia.

A bordo, ci aggrappammo ai corrimano di metallo, roridi di  spruzzi, mentre l’aliscafo acquistava velocità, sollevandosi sugli alettoni. Fissammo la scia spumeggiante che striava l’azzurro: il vento ci scompigliava i capelli e il sole ci scaldava la pelle, e con quella l’anima. A dritta, vedemmo le masse tufacee di Posillipo, gli anfratti di Marechiaro, le scogliere di Villa Rosebery, il Parco Virgiliano; quindi Nisida, Pozzuoli, Lucrino, Baia, l’isolotto di San Martino; finché superammo la punta settentrionale del Golfo, doppiando Capo Miseno e il suo candido faro solitario che dominava il passaggio; a manca, invece,  ci invaghimmo di Capri - dal profilo di donna supina e i capelli riversi all'indietro;   di Procida dai colori aggraziati e di Vivara, intatta, vergine. Infine, sempre più nitida davanti a noi, scorgemmo ergersi  l’isola maggiore, Ischia, con la sua imponente montagna ombreggiata di pini, di castagni, di querce, e il Castello Aragonese, che ci balzò incontro con sorprendenti bastioni, simili a intarsi di scisto.

Il nostro ospite ci faceva da anfitrione, appagando qualsiasi curiosità, ma anche componendo spettrali scenari di morte, laddove tutti scorgevamo pace, grazia, festa. Osservò che quei flutti brillanti e tranquilli ci occultavano i continui sommovimenti del friabilissimo strato di crosta terrestre: solcavamo, infatti, le onde che rivestono parte del magmatico territorio a cui i Greci, significativamente, diedero il nome di Campi Flegrei, ovvero “campi infocati”. La zona, nei millenni, era stata l’epicentro di devastanti disastri tellurici, che avevano causato così tante vittime da spezzare la continuità storica delle civiltà autoctone. I terremoti avevano flagellato Pitecusa, la più antica colonia della Magna Grecia, e costretto i superstiti ad abbandonarne le dolci insenature, la natura rigogliosa, le acque potabili e feconde, quelle terapeutiche, le vigne, gli orti, le fabbriche di terrecotte, le spiagge pescose, i porti sicuri e i ricchi commerci, per fondare nel vicino entroterra la più stabile Cuma. Il nostro erudito amico aggiunse che, sotto quell'incantevole panorama si tramandava che giacesse il gigante Tifeo, incatenato da Zeus per essersi ribellato agli olimpi, e che stendeva le sue propaggini fino allo Stromboli e all'Etna. Ogni scossone del titano faceva tremare orribilmente la terra, aizzando le onde del mare e gettando gli uomini nel terrore e nel lutto.

 

 

Un membro della compagnia di Lallo al cospetto della Venere di San Diego

 

II)       IL REGNO DI EROS: AFRODITE E FAUNO

Tutti noi prestavamo attenzione alla narrazione, frastornati dalla magnificenza dell’ambiente e dalle risonanze del mito; tutti tranne Lallo. Egli, invece, mantenne per l’intero viaggio un sorriso ieratico e puntò ostentatamente lo sguardo sull'ammaliante Laurine. Una tale insistenza, sia pur virilmente comprensibile, ci infastidì. Infatti, noi maschi della comitiva, in un regime di piena spontaneità, ci saremmo comportati esattamente allo stesso modo, o peggio; ma, vuoi per pudore, vuoi per dignità, vuoi soprattutto perché affiancati dall'ineludibile presenza di mogli, compagne, fidanzate e amiche, ci costringemmo a deviare lo sguardo da quella seducente bellezza ad altre forme di venustà.

        Attraccammo, preda di questo stato di eccitazione e turbamento, nel porto di Ischia, una circonferenza naturale quasi perfetta, che con la fantasia comparai a un approdo di masnadieri della Filibusta. Si trattava, infatti, di un lago vulcanico che in epoca borbonica era stato reso comunicante con il mare. Proprio sulla banchina destra, appena oltre una schiera di lussuosi panfili, yacht, e motoscafi, si aprivano delle accoglienti tavernette. L’aria salmastra ci aveva stuzzicato l’appetito e decidemmo di fermarci in una di esse, simile a un peschereccio. Lì demmo fondo alla cambusa. Bevicchiamo dell’ottimo vino Epomeo, fresco e trasparente come la giada, e, alcuni di noi, particolarmente avvezzi a canti e suoni, tirarono fuori chitarre, armoniche, percussioni e ugole. Improvvisammo una ricca carrellata di canzoni, che partivano coi bastimenti da Napoli per arrivare a State Island; vibravano delle note del brit-pop e si fondevano con la bossa nova e i ritmi latinoamericani; levavano nell’aria i brani di protesta del cantautorato nostrano e, passando per i folksingers nordamericani, si catapultavano in Giamaica.

Demmo sicuramente spettacolo e il padrone del locale, in attesa di scorticarci vivi con il conto, annuiva placido e soddisfatto.  Ancora una volta, l’unico a farsi meno coinvolgere dalla baraonda fu proprio Lallo, che tenne un basso profilo sociale: preso posto di fronte a Laurine, si limitò, essenzialmente, a seguirne, con evidente diletto, i sobbalzi della sontuosa scollatura. La giovane ricercatrice non sembrava, però, sentirsene molestata. Anzi, tutt’altro. Sovente, accattivante civetta, ricambiava De Bonis con un sorriso complice. Credo che, per la prima volta da quando frequentavamo Lallo - e non era poco - in noi, amici e allievi, serpeggiasse gelosia nei suoi confronti. Di questo sgradevole sentimento, pur nei fumi dell’alcol, si avvide il nostro anfitrione, il quale, in un momento di generale distrazione, si alzò barcollando e compose un numero al cellulare. Così, proprio quando stavamo rumorosamente scostando dal tavolo le sedie, apparve un giovane alto e muscoloso, che il nostro ospite presentò all’affascinante studiosa americana come un antropologo. Le raccomandò di fruire dei suoi servigi di eccellente uomo di cultura, per scoprire i tesori nascosti dell’isola. Con nostra lieta sorpresa, Laurine declinò garbatamente la proposta. Frattanto, disse, avrebbe preferito parlare di filosofia con il fulgido riferimento spirituale per cui aveva attraversato l’Oceano, e corse a infilare il braccio in quello di Lallo.

 

 

Laurine intenta ad ascoltare Lallo

 

        Riconoscevamo a De Bonis tante doti straordinarie, ma non quella di essere un tombeur de femmes; ragion per cui restammo a bocca aperta. Dal canto suo, il nostro filosofo si limitò a stringere a sé la giovane e a fissarla negli occhi, senza proferir motto, per tutto il tragitto fino a Casamicciola.

Quando giungemmo alla meta, ci distribuimmo nelle stanze, chi della villa del nostro ospite e chi della pensione. Presto corse voce che Laurine e Lallo avevano chiesto al concierge una camera matrimoniale in comune. La notizia ci mise in subbuglio: uomini e donne finimmo per estenuarci in una ridda di volgari pettegolezzi, - attività da cui, solitamente, eravamo alieni. Alla fine ne uscimmo frustrati e col cuore avvelenato.

Ma il piombo del malanimo a poco a poco decantò, facendo spazio a una deflagrante scoperta.

A sera, quando Laurine e Lallo ci raggiunsero al celebrato bar “Calise”, dove ci eravamo dati appuntamento, vedemmo venirci incontro due creature potenti e luminose, che grondavano ormoni come, al mattino, le rose stillano brina. Lallo emanava un’aura di potente creatura silvana; mi apparve come un fauno prodigioso, al seguito del grande dio Pan. Per un istante, mi sembrò addirittura che al posto dei piedi calzasse due zoccoli e che i peli sbuffanti dal petto esalassero un afrore ferino. Laurine, poi, era Afrodite stessa emersa dal mare, un soffio di vita primigenia che sconvolgeva i sensi e le menti di tutti gli astanti, donne comprese. Fu allora che cominciai a sospettare che Lallo non si fosse affatto dimenticato del suo compito di vate, ma che, anzi, stesse posando sotto i nostri occhi il primo e più importante mattone del proprio insegnamento, nel segno di Venere e Amore.

 

 

La bella Laurine

 

D’un tratto, presi interamente coscienza: egli ci stava rispecchiando esattamente  come siamo all'aurora di noi stessi; ci indicava il nadir che già contiene lo zenit; ci introduceva a quella fucina in cui ogni cosa si genera, come dall'uovo primordiale, e dove Psiche stessa si forgia: di quell'esperienza archetipica partecipano il coito e il legame affettivo, l’intelligenza che stabilisce o recide nessi, il desiderio creativo, l’apertura verso il prossimo e la propensione per l’ignoto e per gli sconosciuti: insomma, la biologia, l’arte, la cultura e la spiritualità. La meschina gelosia, a cui ci eravamo lasciati andare in precedenza, derivava dunque dall'oblio della proteiforme esperienza d’amore, in cui versavamo da tempo. L’amore è una religione che va praticata senza soluzione di continuità. È, anzi, la Religione - l’unica credibile, l’unica possibile. Dunque, era la rinascita nell'Eros quella verità che stavamo cercando ancora a tentoni in noi stessi, proponendoci di viaggiare insieme, a Ischia.

Straordinariamente, non fui l’unico a essere visitato da questa illuminazione: quando la coppia divina si dileguò per guadagnare rapidamente il talamo, ce la rivelammo l’una all’altro, praticamente, quasi con identiche parole. L’idea ci aveva raggiunti in simultanea! Una tale scoperta ci tenne desti fino a tardi, malgrado la stanchezza, a causa della felicità che ci procurava.

 

 

Il lavico paesaggio meridionale dell’isola

 

III)    LA NEKYIA: CHI ‘O VO BBENE A ‘STO PAESE …

Il capolavoro di Lallo, però, si palesò per intero il giorno seguente.

Salimmo sull'autobus che ci condusse al lato meridionale dell’isola, tanto scabro e aprico - malgrado i giardini e i filari di vite - quanto umido e ombreggiato è quello nord. Ogni dettaglio denunciava la natura vulcanica di quei luoghi, l’esplodere del mondo sotterraneo nel cielo, il suo ricadere sulla terra, il riversarsi nel mare. Per ogni dove, come denti di drago, sorgevano  spuntoni, rostri, e capricciosi menhir di verde pietra porosa - testimonianze ardite e voluttuose di colate laviche, raggrumatesi a varie altezze e solidificatesi nel tempo.  

Scendemmo nella leggiadra piazzetta della frazione di Panza - nel Comune di Forio - che era ritenuta il “ventre” del leggendario Tifeo. Da lì, lungo un sentiero tortuoso, ci spingemmo su una protuberanza di costa, coperta di coltivazioni e canneti. Sudavamo copiosamente sotto il sole, mentre il nostro cicerone ci precedeva nel cammino. Noi, però, procedevamo con entusiasmo, poiché a ogni passo ci giungeva più forte il profumo dei fiori, dei frutti e il mormorio della risacca.

All'improvviso, oltre un burrone scorgemmo il profilo della costa e, unito a essa da un delicato istmo di sabbia, l’isolotto di Sant'Angelo. Fu una visione abbacinante. Nel gaudio, approfittammo per bagnarci i capelli e per ristorarci con bevande e viveri, di cui eravamo ottimamente provvisti. Quindi, proseguimmo verso il nostro obiettivo: l’insenatura di Sorgeto.

Arrivammo, finalmente, a rimirala dall'alto, affacciandoci alla ringhiera che orlava, come un merletto, centinaia di gradini calanti in uno scosceso dirupo. Zigzagando, la scala precipitava nel mare di smeraldo e zaffiro. Il nostro facondo amico c’informò che in quell'anfratto, protetto dal vento e dalle correnti, si erano attestati i primi Elleni.

In basso, tra le rocce di pece, sgorgavano bollenti acque sulfuree, i cui vapori aleggiavano nell’aria. Si notava un contrasto violento tra la freschezza del Tirreno, il verde delle felci, delle agavi, dei fichi d’india, e quella riarsa, rovente, selvaggia oscurità del lido. L’intelligenza umana aveva, però, mitigato il flusso delle sorgenti infere con le lievi onde marine: servendosi dei sassi cretosi che lì si trovavano, aveva costruito piscine naturali, in cui le acque fredde stemperavano le più torride. Le vasche variavano di temperatura, in base alle maree e alla distanza dalle falde termali. All’interno dei recinti di nera pietra, lucida e scivolosa, i bagnanti giacevano per ore, anche la notte, quando le ore passavano tra chiacchiere, risate, vino, friselle[1], frutta e uova sode, cotte nelle stesse pozze.

 

 

Le acherontiche pozze di  Sorgeto

 

Raccogliemmo le nostre forze per discendere in quel dolcissimo Averno. Giunti in basso, ci spogliammo e subito entrammo in uno degli accoglienti invasi. Ci stendemmo. Com’era confortevole quel tepore: scacciava ogni tensione, liberava dalla stanchezza, rigenerando le membra e rasserenandoci! Frantumammo alcuni ciottoli, che rilasciavano una creta chiara e granulosa; con essa ci cospargemmo il viso. Ci fu detto che le sostanze minerali presenti nell’argilla agivano come maschere di bellezza. Rivestiti di quel terriccio, ci trovammo buffi, come se ci fossimo trasformati involontariamente in una tribù primitiva.

Il vino cominciò a circolare copioso, sostenuto da robusti taralli al pepe. Crebbe in noi la convinzione che era opportuno mantenere la posizione orizzontale, con il corpo a molcersi sotto il pelo dell’acqua e la testa ad affiorare, poggiata sui sassi. Ah, che beatitudine! Un lieve stordimento ci portava a parlare in libertà, tenendo le palpebre socchiuse, assecondando un ritmo degli scambi magico: ognuno, istintivamente, sapeva quando aprire la bocca e quando tacere, quando raccordarsi al racconto precedente e quando abbandonare l’argomento, per esplorare nuovi orizzonti. Fu all'apice del simposio che Lallo ci aprì il suo scrigno, mentre, sul basso fondale, intrecciava le dita con quelle affusolate della Venere americana:

«Mio padre mi ha raccontato un fatto successo, negli anni Cinquanta, durante un’accesa campagna elettorale», esordì. «A quell’epoca, a Napoli, aveva un forte seguito il “Partito Monarchico Popolare”».

Assentimmo, a conferma della rievocazione debonisiana.  Quindi, aguzzammo le orecchie, in attesa della parabola.

«Un candidato di quello schieramento, volle attrarre il voto degli elettori, tappezzando i muri di manifesti. Vi era stampato uno slogan a caratteri cubitali:

“CHI ‘O VO’ BBENE A ‘STO PAESE VOTA ‘A LISTA ‘E GENOVESE”.

Per i non napoletani: “Chi ama questa città vota il partito di Genovese”. ».

Noi sorridemmo, presagendo il meglio, mentre Lallo si concesse una pausa. Quindi riattaccò:

«La trovata ebbe successo. Persino gli avversari politici la citavano, per deriderla. Ma, intanto, circolava sulla bocca di tutti. L’iniziale successo, però, si trasformò in un inatteso rovescio, a ridosso del voto. Infatti, tutta Napoli lesse ciò che una mano alacre aveva aggiunto, nottetempo, a tante di queste locandine:

“CHI ‘O VO’ BBENE OVERAMENTE”, NUNN’O  VVOTA A ‘STO FETENTE”.

Ossia, “Chi la ama davvero (la città), non vota quest’uomo poco stimabile”».Ridemmo di gusto del delizioso calembour, mentre De Bonis s’immerse in un lieto silenzio, che avrebbe rotto soltanto una volta tornato a Napoli.

 

 

Dio, Re e Popolo

 

        L’immediato piacere donatoci dal verbo debonisiano, di solito preludeva a un fervido lavoro di decrittazione da parte di noi allievi, avidi di suggere il succo sapienziale con cui ci impollina Lallo. Probabilmente, a livello inconscio, ciò avvenne ugualmente; lì per lì, però, la coscienza parve impegnarsi in altro. Godemmo, innanzitutto, delle condizioni favorevoli in cui versavamo, anima e corpo. Inoltre, ci distrasse la sempre più prorompente sensualità dell’Afrodite di San Diego che, così come aveva immediatamente legato con il nostro nobile maestro, altrettanto fulmineamente, adesso, si allontanò da lui. L’esuberante Laurine migrò dal De Bonis a Raffaele, un medico che integrava da tempo la nostra compagnia. Il trasporto che l’amico cerusico manifestò nei confronti della straniera fu, a quel punto, causa dell’istantanea rottura con la fidanzata, Marina. Infatti, non a torto, questa si sentì tradita nei sentimenti, nella dignità e, più di tutto, nel suo sacro amore per la filosofia. Purtroppo, l’eccessivo pathos la indusse a pronunciare parole non armoniche con l’elevato spirito del nostro tiaso. E fin qui, poco male.  Ma quando dalle parole provò a passare ai fatti, alcuni di noi vinsero il torpore che ci aveva resi passivi per frapporsi con coraggio tra la furia nostrana e quella forestiera. Ciò evitò il peggio.

Sedato il parapiglia, Marina – consuetamente un tipo assai pugnace e noto, in ambito forense, per la fama di avvocato  alquanto carogna – ordì una differente rappresaglia per l’onta subita: si posizionò accanto a Lallo e ne cercò le labbra e la lingua con rabbioso ardore. Pieno di tatto, il nostro maestro non si oppose all'assalto. Anzi, giunse persino a simulare una certa dose di passione durante il bacio. Non paga del gesto, però, Marina, che covava un proposito di vendetta più sostanzioso, strattonò decisamente il nostro duce e lo costrinse a interrompere il bagno, per seguirla in albergo. De Bonis, evidentemente, non ritenne saggio opporsi a una volontà tanto energica e, addirittura, assecondò con convinzione la fregola della nostra amica. L’allontanamento improvviso, se da un lato ci dispiacque, dall'altro ci consentì di tornare a quella gassosa meditazione, grazie a cui ogni bega umana ci appariva cosa remota.

 

 

Ritorno notturno a Napoli con luce lunare

 

IV)      IL RITORNO

        Il rientro in traghetto a Napoli, a tarda sera, si svolse lentamente per il mare agitato e ci indusse alla pensosità. Spiavamo in silenzio l’increspata distesa del flutti tenebrosi, percossi da folate di maestrale – un’entità liquida, irrequieta, senza confini; subivamo il rombo sordo e continuo dei motori, le vibrazioni e gli scricchiolii della nave, soggetta a rollii e beccheggi. Come quella immensa massa naturale, erano ponderosi gli accadimenti che cominciavamo a processare in noi e complesse le deduzioni che cercavamo di trarne.

La sera prima, ci eravamo illusi di poter cogliere, senza sforzo, il senso della nostra esperienza filosofica sull’isola; ora, invece, ci rendevamo conto di quanto fosse stata precoce e parziale quella lettura. Qualcosa d’inatteso e ineluttabile era successo: Laurine e Raffaele avevano deciso di trattenersi ancora a Ischia, all'apice del coup de foudre. La settennale relazione tra lui e l’ex fidanzata, che tutti ritenevamo saldissima e che virava verso un matrimonio certo, aveva impiegato un semplice attimo a polverizzarsi. Marina, ora, singhiozzava senza freno sulla spalla di un’amica. Riflettei come, per la prima volta in tanti anni che la conoscevo, assistessi a una sua manifestazione incontrollata. La scorza da cui era perennemente avvolta, quasi un tratto naturale di durezza, se non d’insensibilità, era fragorosamente caduta.  Si svelava una persona vulnerabile, ma autentica. In quel momento, in cui era gonfia di pena e di pianto, mi sorpresi, incredibilmente, a desiderarla. Mi resi conto, allora, che quello che di solito si diceva di lei – cioè, che fosse bella – forse era proprio vero. Eppure, in passato, non mi aveva mai attratto.

Lallo le sedeva accanto, muto ma sereno, osservandola con un’espressione tenera, sfiorandole la mano. Si vedeva che empatizzava con lei, ma in un modo che definirei “fiducioso”, come se fosse convinto della assoluta bontà di quella cruda sofferenza.

 

 

 

Kore danzante

 

V)         CONCLUSIONI FILOSOFICHE

        Progressivamente, i tasselli di questa esperienza si disposero in me secondo un ordine sempre più coerente.

Attraccati al Molo Beverello, ci salutammo con profondissimo affetto. Quindi, la nostra compagnia si sciolse. L’ultimo che abbracciai fu Lallo. Lo ringraziai. Lui sorrise e mi sussurrò in un orecchio: «È andato tutto bene».  Lo interrogai con lo sguardo, per capire se intendesse ironizzare sull'accaduto, ma il suo volto, adesso, mi fissava serio. Quella confidenza, in effetti, confermava in pieno la mia ipotesi, che qui vi propongo.   

La rivelazione sul potere liberatorio e vivificante dell’Eros, a cui eravamo pervenuti al bar Calise, resta il punto di partenza del discorso. Dobbiamo, però, connetterla a quanto accadde a Sorgeto e poi nel viaggio di ritorno[2].

Superato un primo disorientamento, la forza dell’amore ci era parsa materializzare scenari utopici, privi di conflitti, di angosce, di cupezze e di morte. Tale illusione si dimostrava necessaria, evidentemente,  per transitare al lato oscuro dell’esperienza umana: altrimenti, l’avremmo evitata. Sono la bellezza e l’estasi dei sensi ad aprirci le porte degli inferi e a metterci a parte dei loro segreti. Solo nella dimensione ctonia, sotterranea, noi scopriamo di che pasta siamo fatti. Discendere gli scalini che conducono a Sorgeto corrispose a una nekyia. Le maschere di argilla che plasmammo sui volti cancellarono temporaneamente la nostra identità per concederci quella inconsistente e piatta delle ombre.

 

 

Maschere di argilla sul volto di due adepte debonisiane

 

I luoghi dove attecchì la civiltà dei greci e dei romani, quelle rocce levigate dalla componente umida del cosmo, recavano indelebilmente impresso lo stigma di Ade. Le piscine termali, con le pietre ordinate in cumuli concentrici, veri mandala neolitici, riverberavano ancora la saggezza delle civiltà precedenti e ci fecero da culla: l’anima vi si spugnò con tutto il corpo, facendosi permeabile, morbida, lenta, profonda. Ciò la rigenerò, e ribaltò le infondate sicurezze e le megalomanie dell’Io.

La mescolanza tra acque sulfuree e marine, di cui ci beammo, corrispose perfettamente al fatale incrocio tra il flusso fumante del Piriflegetonte e le fredde onde di Cocito, dove Circe suggerì ad Ulisse di sacrificare alle anime dei morti. Lì l’eroe ricevette le conoscenze iniziatiche utili al ritorno in patria, ovvero ad accedere alla dimensione autentica e originaria di sé. Noi pure entrammo in uno spazio intermedio tra il mondo dei vivi e quello dei morti: i nostri corpi scendevano in basso, le nostre teste si levavano sul pelo dell’acqua. Fu allora che ricevemmo la rivelazione debonisiana. Il suo racconto infatti, sulle prime, potrebbe apparire poco più che un divertente aneddoto sull’arguzia del popolo napoletano. Ma a ben guardare nulla di esso risulta gratuito. In effetti, la dissacrazione operata dall’umorismo servì: ci procurò piacere, mutando le nostre prospettive, senza che neppure ce ne accorgessimo.

Quanta leggerezza richiede la verità! Invano la cercheremo nelle asserzioni seriose, nell’autocompiacimento di chi si sente superiore all’ironia, alla beffa, al dileggio; erroneamente ammireremo chi ricorre alla furbizia, sperando di poter abbindolare gli altri, e non restare poi impigliato nella stessa trappola che ha teso al suo prossimo. Così, nella narrazione di Lallo, con il suo slogan vernacolo, il candidato strizzava l’occhio al popolo, per fargli intendere non solo di condividere con esso la provenienza sociale e la cultura, ma anche le virtuali fortune. Ora, chiunque avesse voluto smontare questo tipo d’illazione con la logica argomentativa sarebbe incorso in un fallimento: il colpo di genio consistette nell’adottare lo stesso linguaggio propagandistico, addirittura lo stesso foglio di carta, rivoltando il dritto del ritornello nel suo rovescio. Ne emerse allora la trama occulta, cosicché, ricadendo, quella freccia dialettica, invece di andare a bersaglio, si trasformò in un boomerang per lo stesso lanciatore. L’attentato, poi non poteva che avvenire di notte, come un sogno nel sonno della città, compiuto coi favori di Hermes/Mercurio. Al linguaggio popolaresco del Genovese si oppose, così, la pasquinata anonima di una mano corrosiva e irridente, la beffarda demistificazione siglata da un abile Pulcinella.

In quel modo, dunque, Lallo ci spiegava che la dimensione collettiva dell’inconscio avrebbe ribaltato imprevedibilmente i nostri stantii equilibri di superficie, spingendo l’Io fuori da un regno di false certezze e ci avrebbe schiuso nuove prospettive. Avrebbe comportato dissidi, dolori e tristezza, è vero, ma ci avrebbe risvegliato al linguaggio dell’autenticità.

Che tale palingenesi si legasse alla scoperta della vera natura del nostro carattere, colpevolmente ignorata, ce lo indicava anche il riferimento di De Bonis ai “caratteri cubitali” stampati sui manifesti elettorali: quei caratteri andavano adesso vergati con una grafia personale, ossia, obbedendo allo stile unico e originale delle nostre individualità. 

Ancora una volta, Lallo ci aveva elargito un fulgido dono.

 

VI)      POSTILLA

Alcuni di voi si domanderanno che sorte è toccata alle persone citate in questa testimonianza. Cercherò di soddisfare la vostra curiosità.

Nessuno di noi amici pensava che la passione tra Laurine e Raffaele avrebbe retto a lungo. Ancora una volta, per fortuna, i fatti ci smentirono. Lui che, fino al giorno dell’incontro con quella dea, aveva adoperato la sua intelligenza per erigere barriere e tenersi sostanzialmente in disparte dalla vita, si gettò a capofitto nell’avventura amorosa, rischiandovi intero il suo cuore. Fu questo a schiudergli le porte del proprio daimon, a rivelargli la più profonda vocazione di uomo di azione, totalmente devoluto al bene del prossimo.

Parallelamente, lei, già avviata a una promettente carriera accademica in patria, e che mai si era lasciata trasportare sentimentalmente, scoprì una disposizione di animo del tutto diversa.

La loro storia non solo nacque e fiorì, ma si alimentò di uno straordinario progetto comune che ancora oggi dura: dopo esperienze lavorative, che li condussero a vivere in vari paesi, crearono una fondazione umanitaria che si occupa sia della salute che dell’educazione dei poveri nel mondo. Cominciarono a muovere i primi passi in America Latina, continuarono in Africa e in India. Oggi, la crisi economica e civile dell’Europa li ha portati a prodigarsi per i diseredati delle nazioni mediterranee. La loro creatura si è moltiplicata, tanto da vantare attualmente molti centri. Per finanziarla i due si mobilitano instancabilmente presso governi, organizzazioni, aziende, associazioni e personalità famose. Allo stesso tempo, l’isola d’Ischia, quel piccolo scoglio a un passo dalla costa campana, è rimasto il rifugio del loro inestinguibile amore: anni più tardi, vi hanno comperato una casetta, nella quale trascorrono almeno un mese l’anno, in letizia, con i numerosi figli.

Marina subì nell'immediato un crollo verticale, dal quale si riprese lentamente e a fatica. Il dolore e la tristezza ebbero, comunque, un esito importante: la nostra amica riconobbe come a lungo avesse combattuto contro se stessa, cercando di fingersi una cinica combattente pronta a parare ogni colpo, anzi, ad offendere per prima.

Intraprese un delicato iter psicologico e continuò a frequentare assiduamente il gruppo di De Bonis, tanto da diventarne il fulcro affettivo e l’insostituibile organizzatrice. Decise d’indirizzare il suo talento professionale alla difesa delle donne e dei bambini vittime di violenze e abusi. Assistette le associazioni che operano in questo campo e divenne la consulente di diversi governi nella scrittura di leggi per la tutela dei deboli e degli indifesi.

Diverso tempo dopo i fatti qui narrati, incontrò un uomo buono, gentile e comprensivo, con il quale si sposò.

Di tanto in tanto, sente o incontra Raffaele, con il quale ha maturato un rapporto di stima e di amicizia.

Francesco, il nostro cicerone sull'isola, conclusa quell'esperienza, finalmente  tradusse il vago desiderio di una rivista on line nei primi passi di quella realtà, viva e in continuo sviluppo, che oggi accoglie articoli da tutto il mondo e che pubblica, prodigamente, persino le mie modeste esegesi della predicazione di Lallo De Bonis.

Quest’ultimo, infine, continua la sua esistenza esemplare, che rischiara il cammino dei discepoli: con entusiasmo, abnegazione e dolcezza, li educa all'amore dell’insondabile mistero umano.

 

 



[1] Tipiche ciambelle di pane secco da ammorbidire nell’acqua e da condire con pomodori, olio, aglio - o cipolla – sale e origano. Sempre più invalsa è l’abitudine di aggiungere al preparato alcune scaglie di mozzarella di bufala e il basilico, dando vita alla cosiddetta “caprese”. 

[2] Se restituiamo alla filosofia il suo radicale significato etimologico di “amore per la conoscenza”, allora non possiamo accettarla come una fuga dello spirito dal mondo per ascendere all’Iperuranio delle idee, che ne garantirebbe la sempiterna validità. La filosofia appartiene, invece, allo spazio e al tempo in cui si produce lo stesso filosofare. Il pensiero si determina sempre in un contesto specifico e in un momento dato, è tutt’uno con il luogo e l’istante precisi (Kairós) che lo hanno reso possibile. Con Lallo ciò è sempre evidente: ogni suo gesto, ogni sua frase, acquisiscono spessore quando li si lega ai luoghi, ai momenti e alle persone con cui interagisce o che evoca. Questo tessuto, per altro, di non è arbitrario, bensì intimamente necessario, La cronaca del magistero di De Bonis, pertanto, va registrata con la massima attenzione e associata ai contenuti linguistici espressi dal filosofo.

Le soggettività dei ricordi, gli sviamenti della memoria, i retaggi, i preconcetti, le lacune degli schemi mentali, le problematiche affettive, le disposizioni personali, i gusti, preferenze e lo stile narrativo con cui chi testimonia riporta l’insegnamento debonisiano, naturalmente, consegnano al lettore solo un prisma idiosincratico della realtà. Ma poco importa: la coscienza umana si struttura, infatti, sempre ed esclusivamente per deformazioni e per sintesi. Anche il discorso della scienza, che si vuol far passare per oggettivo, è in realtà un prodotto della coscienza, e sottosta ai medesimi condizionamenti.   Per fortuna, non ci serve una mappa che si estende tanto quanto la geografia che descrive, come fantasticava Borges. Ci perderemmo in essa esattamente come nel territorio originale.  Proprio i nostri limiti, invece, ci consentono di percepire il senso e attribuire significati agli eventi. La significazione si fonda su un piccolissimo campione, ma questo è simile a un frattale che rimanda a infiniti sviluppi geometrici, tutti isomorfi al frammento selezionato. Come diceva Pessoa nel suo Faust: «Tutto è analogia». Il che implica anche che l’analogia, potenzialmente, contiene il Tutto.