ORIGINALE COL CIUMMO

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ORIGINALE COL CIUMMO

 

 

 

                                                               Ai miei amatissimi parenti baresi.

 

 di Ivan Battista

 

Il rumoroso motociclo ebbe appena il tempo di scansare il vecchio che col bastone si aiutava, sulle strisce pedonali, ad attraversare la strada.

-      Stu vecch strunz, stattn a casa! –

Vito ebbe un sussulto di spavento e scivolò lungo l’elegante legno col manico argentato a forma di testa di cane, accasciandosi lentamente per terra.

-      L murt ca tnit! – Urlò loro appresso un giovanotto intervenuto a soccorrerlo insieme con altra gente.

-      Comandante, tutto bene?  - gli chiese Mimmo aiutandolo a rialzarsi. Vito, come forma di rispetto era chiamato così dai conoscenti del quartiere, anche se non era affatto un “Comandante”. Non lo era mai stato. Nella sua lunga carriera in Marina Militare, tuttavia, aveva raggiunto infine il grado di capo cannoniere di prima classe.

-      Sì, sì, caro. Tutto bene. Non mi sono fatto nulla. Non ti preoccupare, vai pure.

 

 

 


 

Alcune ragazze lo stavano osservando. Era vestito con cura, ma aveva il volto sfigurato, come da un’ustione profonda. Quando si rialzò, si stirò un poco per riprendersi la dignità. Nonostante i suoi 85 anni, era ancora alto ed energico, eccezion fatta per una accentuata zoppia alla gamba destra. Si spazzolò con le mani la giacca e i pantaloni alla meno peggio e provò a porre qualche passo verso la sua meta: la rosticceria Lo Russo dove, secondo lui, arrostivano i più buoni polli di tutta Bari. Traballò sulle malferme gambe, ma conquistò subito il suo equilibrio. Mimmo lo conosceva e sapeva chi era. Ebbene, tutti lo chiamavano Comandante. Ad ogni buon conto, durante l’ultimo conflitto mondiale in Marina Militare, ricopriva il grado di sottocapo e, specificatamente, sottocapo cannoniere.

-      Comandante, insisto, si appoggi a me. L’accompagno io. Mi conceda questo onore.

Vito sorrise, col sorriso dell’anziano che ne aveva viste tante, ma restò anche piuttosto sorpreso dalla premura di quel giovanotto in jeans e maglietta. Ormai i tempi erano completamente cambiati e, seppure si fosse in pace da tanto tempo, un altro tipo di guerra si sarebbe dovuta combattere secondo lui: quella contro la maleducazione e l’inciviltà programmate che avevano fatto strage specialmente tra le giovani generazioni.

-      Comandante, sono Mimmo, Mimmo Lo Cascio, il nipote di Ada Nigro. –

Il capo cannoniere Vito Daddario, si fermò ad osservarlo con più attenzione e gli occhi cominciarono ad inumidirglisi.

-      Mimmo, Mimmo, il nipote di Ada?

-      Precisamente. Agli ordini Capo!

Mimmo, si rizzò tutto e, battendo i tacchi giocosamente, portò la mano tesa alla fronte come per fare il saluto alla maniera militare. 

-      Che piacere, caro, e tua nonna come sta?

-      Nonna se n’è andata una settimana fa, purtroppo.

Non poteva trattenersi, ora, e lo sguardo del vecchio s’impietrì.

-      Com’è stato?

-      Ha avuto un ictus. Sa Comandante, l’età…la grande fatica a tirar su la famiglia. –

-      Capisco. Il vecchio annuì

 


 

Ma Vito più che capire ricordava. Era il 2 dicembre del 1943. Dopo l’8 settembre le forze armate d’Italia erano disorientate. Alcuni militari si diedero per dispersi e s’imboscarono in attesa di eventi più chiari. La maggior parte, però, rispettarono i nuovi patti badogliani e affiancarono gli Alleati nella lotta contro le forze naziste. Lui e Michele erano appena ventenni, nel pieno di quel ciclone storico denso di eventi non capivano molto, ma amavano, oltre la stessa città, la stessa donna: Ada. Una bellezza moresca da lasciare senza fiato. Gli uomini le ronzavano intorno come le mosche sul miele. Prima i Tedeschi, poi gli Americani, ma lei, colma della cultura del sud, non dava confidenza a nessuno, seppur le piaceva stuzzicare gli uomini e tenerli al guinzaglio come dei cagnolini ubbidienti.

Michele era un bel ragazzo e Ada propendeva per lui. Anche Vito era bello, di quella bellezza greca policletea, ma non ne era cosciente. Soffriva molto perché amava Ada con tutta l’anima, ma bisognava accettare la realtà e farsene una ragione. Ada gli preferiva Michele che, tra l’altro era un suo amico sincero. Vito, diplomato all’istituto tecnico industriale, arruolatosi in Marina, raggiunse presto il grado di sottocapo per ripetuti meriti al valore.

 

 

 

Michele, che non era diplomato, entrò anche lui in Marina, ma senza gradi: comune di seconda. Dopo l’8 settembre, la situazione italiana era critica e la gente provava a vivere con espedienti: chi ritirandosi in casa quanto più possibile, chi spostandosi fuori dalle grandi città nei paesini e nelle case di campagna, chi aggirandosi per i quartieri in cerca di qualcosa che permettesse di sopravvivere.

 


 

La Fifteenth Air Force, appena costituita al comando del maggior generale James H. Doolittle, detto Jimmy, della USAF, s’insediò in Bari il 1° dicembre del 1943. Il generale, da bravo californiano, scelse un distinto palazzo del 1935, progettato in stile razionalista dall’architetto Saverio Dioguardi. L’edificio, fronte mare, nel quale prima operava il comando della IV zona aerea territoriale della Regia aeronautica italiana, aveva l’ingresso al civico 35 del lungomare Nazario Sauro.