MISE EN ABYME: LE FRAMMENTARIE E IRRIPETIBILI VERITÀ DELLA PSICHE

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MISE EN ABYME:

LE FRAMMENTARIE E IRRIPETIBILI VERITÀ DELLA PSICHE

 

 

Johannes Gumpp, Autoritratto (1646 circa, Museo degli Uffizi di Firenze)

 

        di Francesco Frigione

 

        È evidente come, basandosi la pratica clinica su incontri intersoggetivi, dai quali emergono “narrazioni” che aspirano a descrivere la storia dei pazienti in forma nuova e originale, ci si debba porre il problema epistemologico di quanto distorte possano risultare le “verità” che emergono da questi scambi e che valore assegnare loro. 

 

        Anticipo al lettore che la mia risposta si fonda su due punti: il primo è che tale “verità” deriva non dalla sua dimostrabilità nella ripetizione sperimentale – com'è precipuo delle scienze “dure” -, bensì proprio dall'unicità sincronistica dell’incontro tra paziente e analista - evento che non può essere replicato senza alterarlo e renderlo artefatto; il secondo punto è che proprio la parzialità e l’estrema soggettività (e intersoggettività) dei contenuti che emergono da questo incontro consentono di portare alla luce rappresentazioni della realtà vive e autentiche, non solo sul piano psichico, ma pure su quelli sociale, politico e filosofico, in quanto si tratta di espressioni intrinsecamente dialettiche.

        La psicoanalisi, in definitiva, tratta tutto ciò che accade in terapia, e “intorno” ad essa, come un testo. Non si limita, infatti, a prendere nota degli scambi verbali, ma incornicia i gesti, le sensazioni, le emozioni, le fantasie più volatili, sia del paziente che dell’analista stesso, e li connette in unità di senso più elevato.

La riflessione clinica si appunta su quello che Aldo Carotenuto (1933 –- 2005), sviluppando il concetto di “campo bi-personale” formulato dagli psicoanalisti franco-argentini Madeleine e Willy Baranger, negli anni ’60 e ’70, felicemente definiva “campo transferale”. Di cosa si tratta? Del flusso di idee, vissuti e comportamenti che gli attori della terapia sperimentano durante il trattamento. Il testo evocato dal “campo” risulta necessariamente frammentario, interrotto, parziale, cavo, passibile di costruzioni e ricostruzioni, di riassetti e aggiustamenti infiniti, poiché è questo il solo modo con cui si può far strada la verità dell’uomo.

Le immagini psichiche rappresentano non tanto dei contenuti già pronti che dall’Inconscio del paziente premono per venire allo scoperto, quanto potenzialità dinamiche che per diventare “contenuti” psichici hanno bisogno della collaborazione fattiva e co-creativa delle coscienze dei protagonisti del trattamento.

Il modo di farsi vive delle immagini è tipicamente quello di gravitare intorno a temi carichi di “affetti”, - diventando, cioè, precipitati di percetti, emozioni, idee, sentimenti. Questi insiemi Carl Gustav Jung (1875 – 1961) li chiamò “complessi a tonalità affettiva” (1907). Ciò spiega come, per quanto arbitrario possa sembrare il procedimento con cui in analisi si inanellano i fatti, essi fanno riferimento a spinte quasi sempre ineludibili, che testimoniano con puntualità della sofferenza e delle potenzialità trasformative del paziente.

 

 

Diyarbakir (Turchia), effetto droste (immagine di Nevit Dilmen)

 

Per avere un’idea abbastanza perspicua di come funzioni il procedimento analitico, sarà utile rivolgersi altrove: ovvero alla riflessione dedicata all’arte e alla disciplina della scrittura presente in “Dietro lo specchio”, paragrafo di Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, il famoso libro pubblicato nel 1951 dal filosofo e sociologo tedesco Theodor W. Adorno. Infatti, la ricerca della psicoanalisi – in questo senso, almeno - non differisce da quella di qualsiasi altra attività creativa.

Ecco le parole di Adorno: «I testi elaborati come si conviene sono come ragnatele: fitti, concentrici, trasparenti, solidi e ben connessi. Essi attirano a sé tutto ciò che si aggira nei dintorni. Metafore che li attraversano per caso, diventano una preda nutriente. Materiali affluiscono da ogni parte. Per giudicare della solidità di un abbozzo, basta vedere se evoca le citazioni. Il pensiero che ha dischiuso una cellula della realtà, penetra , senza violenza del soggetto, nella cellula accanto. Dimostra di essere in rapporto con l’oggetto quando altri oggetti si cristallizzano intorno ad esso. Nella luce che dirige sul proprio oggetto, altri cominciano a scintillare.» [Ibid., Einaudi, Torino, 1994 – p. 93].

È importante notare che la purezza dell’azione creativa viene testimoniata proprio dalla assenza di «violenza del soggetto» rispetto alla materia del suo lavoro, che si concentra e si espande.

Quanto viene così portato alla luce non è, però, ne può mai essere una realtà integra e stabile, ma frantumata, piuttosto, nel suo stesso nucleo e resa dinamica dal processo dialettico che le pertiene, come afferma Slavoj Žižek (Lubiana, 1949). Il filosofo sloveno fa riferimento in questo senso al “Reale” -uno dei “registri” della realtà, insieme all’Immaginario e al Simbolico, secondo la teoria dello psicanalista francese Jacques Lacan (1901- 1981).). Il “Reale” è la dimensione in cui si annida il trauma e l’inconoscibile.

Ecco quanto afferma Žižek:

«[…] il Reale non sta in ciò che è uguale a se stesso, nel nucleo duro trascendentale al di là delle nostre narrazioni, ma nello scarto tra diverse narrazioni: perché? Perché questo scarto tra forme narrative fa emergere l’ur-verdrängt (il rimosso originario) dal/nel contenuto.

Commentando un breve sogno raccontato da una delle sue pazienti (una donna che inizialmente rifiutò di raccontare a Freud il sogno “perché era così indistinto e confuso”), che si rivelò essere alla fine un riferimento al fatto che la paziente era incinta ma non era sicura su chi fosse il padre (e cioè, la paternità era “indistinta e confusa”), Freud trasse una conclusione dialettica fondamentale: “L’assenza di chiarezza del sogno era, dunque, anche in questo caso, un brano tolto dal materiale che aveva provocato il sogno. Un brano di questo materiale era stato rappresentato nella forma del sogno […]. Qui lo scarto tra forma e contenuto è propriamente dialettico […].

Raggiungiamo l’analisi propriamente dialettica di una forma quando concepiamo una certa procedura formale non come se esprimesse un certo aspetto del contenuto (narrativo), ma come se segnalasse quella parte del contenuto che è esclusa dalla narrativa esplicita; così – e qui sta il punto propriamente speculativo – se vogliamo ricostruire “tutto” il contenuto narrativo, dobbiamo andare al di là del contenuto esplicito come tale, e includere quelle caratteristiche formali che agiscono come rimpiazzi dell’aspetto “represso” del contenuto.» [Slavoj Žižek, Il contraccolpo assoluto. Per una nuova fondazione del materialismo dialettico, Ponte alle Grazie, Milano, 2016  - p. 135].

 

 

Shadow Box 10 (Rafael Lozano-Hemmer, 2015)

 

Insomma, sostiene Žižek, la verità nasce proprio dallo scarto del fenomeno rispetto alla forma ideale, dall’apparente degradarsi di questa in pulviscolo e in discorso discontinuo, che testimonia nella forma con cui appare il proprio contenuto ineffabile, così come il contenuto necessita proprio di quella particolare forma contingente e precaria per entrare nella coscienza. dei soggetti, altrettanto contingenti e precari, che la colgono.

IL processo del venire alla luce di una “verità” in analisi (e non solo), mediante la forma che annuncia il contenuto, rammenta quella particolare figura dell’arte e della narrativa, che Andrè Gide (1869 – 1951) chiamò mise en abyme (“messa in abisso”), nella quale un soggetto contiene una replica di se stesso, all’infinito.

Ecco, dunque, una metafora per chiudere la presente riflessione: ogni “verità” in analisi sembra rimandare a un’altra; nessuna è definitiva. Eppure il frammento di verità emerso, quello che contiene la replica dell’insieme in cui è incluso, parla alla psiche di qualcosa che la costringe a prendere coscienza delle sue manchevolezze e dei suoi conflitti, del suo desiderio di descrivere a qualcuno qualcosa che non c’è ancora, ma che, oramai, non si può più ignorare.

 

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