VOGLIO SCHIATTARE! Manuale del giovane grasso

  • Imprimir

SPRECO DI TEMPO

VOGLIO SCHIATTARE!

Manifesto del giovane grasso

 

 

 

Gennaro Cannaruto

VOGLIO SCHIATTARE!

Manifesto del giovane grasso

Pag. 110 – € 100,00

Editrice Impastato, Napoli 2015

 

        di Ugo Derantolis

 

«C’è gente che messa di fronte al tradizionale dilemma: “burro o cannoni?”, non esiterebbe a scegliere i secondi, considerandoli più magri. Questo pamphlet rappresenta un coraggioso atto di denuncia contro tutti i salutismi ed è indubbio che il suo Autore, tra “burro” e “cannoni”, opterebbe per i “cannoli”!». Così scrive il celebre Chef transalpino Charles Antoine Tirebouchon nell’appassionata introduzione al breve ma intenso saggio del suo amico, il filo-gourmet napoletano Gennaro Cannaruto.

Cannaruto, a trent’anni di età non è soltanto un obeso felice e orgoglioso, ma anche e soprattutto un peso massimo della gastro-filosofia internazionale. Egli, infatti, vanta una serie di studi di successo, dai titoli lunghi ed efficaci quanto le ricche tavolate analizzate con immensa dovizia di particolari. Si tratta di dettagli succulenti non semplicemente dal punto di vista culinario, ma culturale. Citiamo, ad esempio, “Snack al  prosciutto e mi metto a lutto. Sazizza e soppressata, ohi vita beata!”, un viaggio psico-socio-antropologico che spiega l’attitudine delle popolazioni calabro-lucane a sfondarsi di cibo - durante giorni interi trascorsi attorno a tavole enfaticamente imbandite - quale risposta energetica e identitaria alle torsioni loro imposte nel corso di una secolare storia di oppressione. Un altro saggio di momento è il complesso studio sul ”L’Io mangereccio”, un concetto che Cannaruto ha scagliato in maniera dirompente nel dibattito filosofico contemporaneo, tanto che il tema sarà trattato in svariati eventi, in programma presso il “Padiglione Italia” dell’Expo di Milano.

Tornando a “Voglio schiattare! Manifesto del giovane grasso”, possiamo dire che ci troviamo di fronte a una agile e sferica opera politica, un veemente attacco ironico-rivoluzionario alle coscienze addormentate dell’Occidente globalizzato e inglobante. Fatte sue le grandi battaglie intraprese dal movimento Slow Food, di Carlin Petrini, Cannaruto si spinge assai oltre – com’è tipico della sua indole eccedente – per descrivere un mondo di ingordigia cieca, una società divoratrice di se stessa. Una struttura che ingurgita tutto ciò che incontra sulla sua strada, lo deglutisce come un enorme bolo alimentare e quindi lo trasforma  in montagne di rifiuti. Il gastrofilosofo napoletano suggerisce che la metafora del progresso occidentale si è già da tempo concretizzata in un enorme paio di fauci, incapaci di fermarsi perché rispondenti non più allo stimolo della fame ma solo all’automatismo dello sganasciamento. L’unica prospettiva che resta al nostro mondo è, dunque, la coprofagia. 

Cannaruto conclude, però, paradossalmente il suo discorso, impartendo uno straordinario colpo d’ala al precedente discorso nichilista, rotolante a valle come una valanga “joyciana”, senza punti né virgole e in continuo maiuscolo. Parafrasando il Camus del Sisifo, al quale sostituisce l’antieroe Polifemo, afferma lapidario nell’ultimo rigo: «EPPURE DOBBIAMO IMMAGINARE POLIFEMO FELICE»