BEN HUR Una storia di ordinaria periferia

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BEN HUR

Una storia di ordinaria periferia

 

 

  

Teatro Ghione

Via delle Fornaci, 37 – Roma

Regia di Nicola Pistoia

In scena dall’ 8 al 19 aprile 2015

 

        di Federica Bassetti

 

Non si ringraziano mai abbastanza gli attori, soprattutto oggi. Facilmente e penosamente la confusione tra serio professionista e baldo dilettante impera, visto che è addirittura la televisione con i suoi personal and im-personal trainers a trasformare semplici esseri umani in star del momento, ma è sulle parole mestiere, professione, ad essere esercitato forse il più grande fraintendimento.

 

 Che professione è quella dell’attore? Ed è davvero un lavoro? Un lavoro come quello degli attori chi è che non vorrebbe farlo? Si gioca, ci si diverte, si vive di notte e di travestimenti e  quel che si guadagna è oro perché viene dagli applausi e dalla passione della gente. Oh andiamo! Gli artisti non son mica necessari e lì al confine tra il mondo vero e il mondo solo immaginato, dove sono per lo più posizionati anche con i loro onori, restano dei diversi. Personaggi affascinanti ma collaterali, aggiunti come il sale alla minestra ma certo non utili come tanti altri, visto che la minestra poi si può mangiare anche scipita, e va giù lo stesso.

Terminata la prima di Ben Hur, spettacolo tra i più amati dal pubblico italiano negli ultimi anni, visto in quasi duecento città dello Stivale, osannato dai critici, trecento volte replicato e in scena al teatro Ghione fino a domenica 19 aprile, una signora in sala, afferma sorpresa: «L’attore dopo gli applausi, ha cambiato faccia! Non era più lui, insomma! Davvero sconvolgente, è un altro adesso … Sembra timido, non così spavaldo e intenso!».

Come spiegarsi infatti lo svuotamento? Quale forza ha posseduto il poveretto durante la rappresentazione? Sono davvero suoi quel carattere, quel temperamento? Sudore, battiti di cuore, tensione e l’enorme lavoro, per due ore e mezza, tutte le sere, di ospitare dentro di sé un altro! Un altro che si serve del vuoto abilmente creato dall'attore per venire allo scoperto.

Raramente si ride così tanto a teatro e si riflette allo stesso tempo e le parolacce che volano a volte fin sulle balconate del delizioso scarlatto teatro romano di via delle Fornaci, sono senza cattiveria e senza strascichi, sono romane e quasi lecite, pensando a certi immorali quanto gustosi sonetti del Belli o a certi detti del grande Sordi, che celebrava proprio il Belli nel suo famoso motto: «Perché io so’ io, e voi nun’ siete un cazzo!»

 

 

Elisabetta De Vito, Paolo Trisestino e Nicola Pistoia, protagonisti di Ben Hur, scritto da Gianni Clementi e diretto dallo stesso Pistoia

 

Nato dalla penna di Gianni Clementi per la storica ed incredibile coppia Triestino-Pistoia, accompagnati dalla bravissima e affascinante Elisabetta De Vito, Ben Hur ha per sfondo Roma e il suo ritmo di una trentina di anni fa. Una Roma, oggi finita nel sottobosco, che usa la parolaccia come saluto, come complimento o come semplice abitudine all’uso,  generosa e truffaldina al contempo, sincera e bugiarda, cattiva, irascibile, tenera e nervosa come gli animali difficili da addomesticare, troppe volte oppressa e posseduta.

Nicola Pistoia è Sergio, ex-stuntman in attesa di un risarcimento per un incidente su un set hollywoodiano, e davvero il palcoscenico sembra a volte per il pubblico una specie di  impedimento al confondere il teatro con casa propria, dato che questo personaggio lo mette talmente a suo agio da suscitare il desiderio di abbracciarlo, anche se dà l’idea di conoscerlo e di respingerlo per quanto è familiare e vero: una riuscitissima creazione artistica del tipo di romano in via di estinzione. E forse dovremmo proteggere davvero dall’estinzione questo essere che “baccaglia” e carezza, che si lamenta e poi a tutto mette una pezza, perché se ci infastidisce con il suo tono screanzato e “loffio”, se non riusciamo a capire quando ci prende in giro o quando è serio, la sua capacità di abbassare ogni cosa, ogni onore e ruolo al livello della terra che si calpesta e che tutto livella, colpisce e rilassa.

Una volta proprio il grande Fellini, intervistato in tv, riportava il caso di un macchinista di Cinecittà, romano fino all'osso, che all'arrivo di una enorme Cadillac con regista e biondissima star al suo interno, schiacciava nel pugno della mano l’intera produzione cinematografica americana e gesticolando all'altezza del mento, ghignava: «Ma ghi sei?».

E persino Dino Grandi, meravigliato dell’assenza di pubblico davanti alla parata dei re abissini, ai tempi del fascio, si sentiva rispondere che i romani non conoscono né stupore né timore di fronte al nuovo e all'ignoto: troppi papi, troppe regine e troppi re hanno visto passare, per non fare, ognuno di loro, di se stesso un sovrano, per il quale è straniero e nemico persino quello che abita nel rione accanto.

Lo "straniero", al Ghione, è un ingegnere bielorusso, Milan, interpretato da un eccezionale Paolo Triestino capace a far tutto, pronto a sostituire Sergio nel suo lavoro di centurione davanti al “Culìseo”, come direbbe il Belli, inventore di bighe e capace di trovate eccezionali, clandestino in una città di clandestini spirituali che hanno venduto la propria anima alla trovata del momento – una città di falliti e claudicanti, eppure appesi al filo tenue della vita con ostinata passione, la passione dell’arrangiarsi e del tornare indietro se non si può più neanche andare avanti.

 

Una perfetta commedia all'italiana, che Monicelli definiva “riso amaro” e coscienza ironica della tragedia nostrana, e che oggi, ancor più che ieri, rappresenta un esempio dell’arte di vivere.

Il teatro può e deve insegnare anche questo alle generazioni nuove e super tecnologizzate, spaccate tra un passato incomprensibile e un futuro invisibile; il teatro può insegnare che la cultura è anche e soprattutto ritualizzare l’esistenza e le sue profondità terrene; essa offre al pubblico, come direbbe Jung, l’apertura verso il basso, luogo altrettanto sacro quanto il cielo e le sue altezze di pensiero, poiché là dimora l’anima vivificata dalle funzioni inferiori, le stesse che il mito indiano descrive con la spirale ascendente della kundalini, a partire dal chacra più basso, anale-genitale - il mulhadara.

Nessun arricchimento concettuale, morale, spirituale “paterno”, ha valore in sé e perdura se non è collegato alla “madre”, alla comune terra, al basso ventre del mondo, al cuore, agli intestini, agli istinti.  E il teatro in fondo, è davvero solo umano, troppo umano per non ricordarci anche questo.