L’OTELLO DI LUIGI LO CASCIO

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L’OTELLO DI LUIGI LO CASCIO

 

 

Vincenzo Pirrotta (Otello) e Luigi Lo cascio (Iago)

 

        di Federica Bassetti

Recitano in quattro al Quirino e al centro sta Otello, oppure Dioniso, Ade o il forgiatore di sogni Apollo, in un’opera che sfida il mito a farsi strumento, consigliere dell’anima, psicopompo. Interpretato quasi per intero in siciliano l’Otello, che  ha eternato Shakespeare da sin troppo tempo, stimola una ricerca che scava sotto le sabbie del testo, che lo riscrive, ma non per appropriarsene, come molti fanno, bensì per riconsegnarlo nudo e crudo al nostro mondo.

 

Turco era Otello e greco una volta il teatro ed ecco che il siciliano è greco, è turco, arabo, forse straniero, forse soltanto isolano. Abissi di senso si aprono sotto il testo e inutilmente il pubblico cerca di coglierlo tutto. Altri linguaggi, altri percorsi si intuiscono tutt’intorno. E bisogna abbandonarsi ad un nuovo tipo di ascolto.

Luigi Lo Cascio ha diretto il suo Otello per scandagliarne il fondo, senza ripetere il già detto, il già visto. E’ lecito inabissarsi e costringere il pubblico all’apnea solo se si pesca nel fondo misterioso dell’uomo, dell’altro. Perché Otello è un uomo, come Iago, impersonato dallo stesso Lo Cascio, ma nella loro umanità c’è qualcosa di enorme che sbraita e uccide, una forza scatenata che svuota gli uomini di ogni cosa, rendendoli maschere di poteri occulti e fatali.

 

Vincenzo Pirrotta (Otello) e Luigi Lo cascio (Iago)

Scenografie scarne che cercano profondità, musiche come gangli, serragli che attanagliano le figure degli attori ai loro destini, poca azione, ma un pathos così profondo da lasciar credere che il vecchio teatro tragico, per Nietzsche fatalmente defunto, riprenda vita per un attimo e si riprenda indietro le sue vesti e i suoi satiri danzanti, disarmonici, crudeli, vivi e aitanti. Il teatro che rigenera, che sciocca, che squarcia il nostro blocco emotivo, sembra estinto ormai da tempo. E il nostro modo di goderne è così egoistico, comodo, morbosamente attaccato a schemi celebrativi che la partecipazione dello spirito non si avverte quasi mai. Il forse mai esistito Shakespeare, come ipotizzano alcuni, ma che, come il mai nato Omero, ha lasciato quel che nessuno ha mai saputo ripetere, in quest’allestimento viene trascinato indietro, divelto dal suo periodo, così come gli spettatori vengono sradicati dal periodico calendario che ne accompagna i frusti svaghi e la tiepida curiosità culturale. Si torna indietro con Lo Cascio, quando il teatro era un evento sacro. E quando archetipi e passioni si combattevano, campo di battaglia l’uomo, invocando il difforme, l’esagerato, il mostruoso.

 

Vincenzo Pirrotta (Otello) e Luigi Lo cascio (Iago)

Mostruosa è qui la recitazione di Vincenzo Pirrotta, Otello, che svolge pienamente il compito di medium tragico, diventando ora il dubbio, ora il sospetto, ora l’odio, ora il risentimento, ora il delitto e la mancanza di senso, nel giro tortuoso di una ossessione dove la testa fa da Dea padrona, che aizza una dopo l’altra le passioni più infime. Intenso, lo scambio con Iago di cui si conosce il terribile e vendicativo ordito, ma che nell’uso ancor più fondo del siciliano, diventa davvero l’estraneo, lo “straniero” che ci abita dentro, il mostro che ospitiamo a nostra insaputa e che anche Otello ospita in sé. E sotto il velo di un sipario leggero, forato, che ogni tanto sfuma le sagome degli attori, riportandoli sotto uno strato di nebbia lunare che è rimpianto, oblio e di nuovo rimpianto, Desdemona scopre ancora una volta di essere posseduta, di essere costretta ad un destino ingiusto, e, contemporaneamente, di essere innamorata, se è amore consegnarsi tutta e se è amore la gelosia, o il possesso, o il potere che incarna Otello. Desdemona conosce tutto ciò, eppure osserva il suo abisso e, giacendo su un  letto sollevato in alto, in fondo è già morta: già parla da quella terra senza linguaggio. Chiede all’aria un’ultima infinita goccia e poi si immola, quando lo spettacolo sta per concludersi, dopo due ore ininterrotte, fa sacrificio di se stessa, consegnandosi, eterna innocente e diletta, nelle mani del suo amato carnefice.

«Un giorno in più, solo un giorno in più di vita infinita…mio signore…», questo chiede Desdemona, e piega il capo offesa per l’ennesima volta, uccisa mentre Otello uccide se stesso senza saperlo, ma sicura che nulla più vale la pena di essere vissuto, se per lei la morte è già da sempre giunta, se per lei sempre si ripete la storia. Gli archetipi sono così, non cambiano, ma sguazzano nelle paludi dei morti, nei gorghi dell’inconscio, e da lì parlano. D’altronde Persefone è in terra di Sicilia che viene rapita e poi fatta regina dal Dio dei morti, Ade, ed è lei la primavera di Desdemona e il suo inverno, il suo gelo. In quella richiesta di un giorno in più, assurda ed inutile pretesa, anche se con voce ingenua e desiderosa, l’ombra di Desdemona,Valentina Cenni, scorge il guizzo del satiro, la natura incerta e grande della vita, il mistero. Il mistero di ogni giorno che, profondo e immenso, può sempre essere l’ultimo, e il mistero che noi siamo, appesi all’idea dell’istante futuro, dominati e mossi ora dall’odio, ora dalla gelosia, ora dal desiderio, succubi del nostro stesso io, incapaci del semplice amore che, idealizzando, muore e, possedendo, è posseduto, e che muore nascendo. Mistero di donna che il giullare rinascimentale, interpretato da Giovanni Calcagno, a tratti racconta al pubblico, e mistero dell’uomo che nuovamente si ritrova ucciso dalla sua arma più grande: la mente.

 

Vincenzo Pirrotta (Otello) e Luigi Lo cascio (Iago)

Una ruota, una testa che gira per minuti lunghissimi e sospesi, annuncia a metà dell’opera, forse più di altre mosse registiche, la presenza sul palco, invisibile ma attenta di un Innominato scortato da satiri e menadi discinte: il dio greco Dioniso che, spodestato dal teatro tragico, adesso torna a depredare di ogni certezza, anche linguistica, il pubblico e si fa accompagnare dal sogno e dal ritmo del fratello Apollo.

Ed ecco la sapienza, che sa di aver forato il muro del possibile e che si torce e si aggroviglia, ecco la sapienza estrema che sta uccidendo se stessa. Sapienza che diventa follia, coscienza che vola nell’inconsapevolezza e che deruba Pirrotta del suo stesso corpo reso girandola. E una spirale di parole volteggianti riempie all’improvviso il teatro e velocemente lo scompone, distruggendo anche l’uomo, l’attore davanti al pubblico e lasciando prima dell’applauso liberatorio - che resta sospeso in aria per qualche secondo - il vuoto, la resa, lo stupore di aver varcato insieme ad Otello le soglie di un altro mondo.

Teatro Quirino-Vittorio Gassman

Via delle Vergini, 7 - 00187 Roma
Tel. +39 06 679 4585


OTELLO
di Luigi Lo Cascio

liberamente ispirato all’Otello di William Shakespeare

con VINCENZO PIRROTTA e LUIGI LO CASCIO
VALENTINA CENNI   GIOVANNI CALCAGNO
scenografia, costumi e animazioni Nicola Console e Alice Mangano
musiche Andrea Rocca
luci Pasquale Mari
regia Luigi Lo Cascio

 

personaggi e interpreti

Otello Vincenzo Pirrotta

Iago Luigi Lo Cascio
Desdemona
Valentina Cenni

Il soldato Giovanni Calcagno

 

Lo spettacolo ha una durata di 1h e 50’ senza intervallo